Storia di Venezia

Pagina pubblicata 10 Ottobre 2011
Aggiornamento 4 Ottobre 2013

Venezia 1797, Antonio Mangarini, Martire della Resistenza

Vai al Racconto || Lettera di fra Benedetto || Postilla || Analisi della Sentenza

   

Nel filmato, ove si legge o ascolta "Margarini", compresa la lapide, si intenda invece "Mangarini"

Vai al Gruppo FaceBook "Antonio Mangarini"

Aiuta a diffondere la verità storica su Venezia!

Presentazione del documento

Antonio Mangarini fu uno dei capi della resistenza del Popolo Veneziano all'invasione Napoleonica. Una rivolta spontanea, imprevista e improvvisa, del Popolo che non accettò né la sottomissione data a Napoleone dal Senato imbelle né la Municipalità provvisoria instaurata dai giacobini. Una rivolta che la Municipalità provvisoria, armata da Napoleone, represse nel sangue usando persino l'artiglieria sui dimostranti al Ponte di Rialto.

Seguì una operazione di polizia politica che portò tra l'altro all'arresto e alla fucilazione di Antonio Mangarini.

I pochi dati su questo eroe, sopravvissuti a censure antiche e moderne, sono elencati da Federico Fontanella nella sua prefazione al racconto storico che la figura di Antonio Mangarini gli ha ispirato.

Nel testo originale di Federico Fontanella il ragazzo era indicato con il cognome di Margarini, a causa di un errore di lettura o trascrizione della fonte. Successivi accertamenti hanno appurato che il nome era invece Mangarini. Ho ritenuto segno di rispetto per il Martire restituirgli il vero nome anche nell'elaborato poetico di Federico.

Umberto Sartori

Storia di Venezia, I soldati della Municipalità Provvisoria sparano a mitraglia dal ponte di Rialto sul Popolo veneziano in rivolta

I soldati della Municipalità Provvisoria dal ponte di Rialto sparano a mitraglia sul Popolo veneziano in rivolta (courtesy of cronologia.leonardo.it).

Antonio Mangarini
racconto storico di Federico Fontanella

Prefazione:

Si sa che era stato veneziano dello Stato da Mar, in quanto nativo di Zara, alla pari del Foscolo, che egualmente lo era, in quanto nativo di Zante.
Si sa che era stato ufficiale della Marina veneziana, e che nel 1797 si trovava nel suo venticinquesimo anno di vita, e che la sera del 12 maggio 1797 egli aveva e capeggiato e guidato una sollevazione popolare, la quale avrebbe voluto contrapporsi e scalzare la Municipalità Provvisioria, che aveva sostituito il Governo della Serenissima, al fine di riprestinare quest’ultimo e di unire le forze rimaste per far fronte all’Armata del Buonaparte, in difesa della Patria.

Questa sollevazione si scatenò nelle vicinanze del Ponte di Rialto, e le forze della Municipalità ebbero la meglio e poterono domarla, grazie anche al fatto che vennero impiegati perfino i cannoni contro i rivoltosi, armati soltanto di sciabole e moschetti.
Sappiamo che il Mangarini riuscì al momento a sottrarsi alla cattura, ma che venne individuato e preso qualche giorno dopo.

Sottoposto a processo, venne condannato alla pena capitale mediante fucilazione, che venne eseguita la sera del 23 giugno 1797, alle ore 21, nel Campo di san Francesco della Vigna.

Null’altro, fino ad ora, dalla documentazione pervenuta e rimasta che lo riguarda, si sa di lui.

In particolare non sappiamo perché l’esecuzione abbia avuto luogo proprio in quel Campo, immerso in una atmosfera severa e malinconica, così remoto e periferico, rispetto all’area Marciana, e non sappiamo neppure dove il suo corpo sia stato sepolto.

Un’altra cosa si sa, e questa molto bene, in quanto è assai recente: un gruppo di encomiabili veneziani avrebbe voluto apporre una lapide nel Campo di san Francesco, in ricordo dell’esecuzione del Mangarini, lapide contenente una frase molto breve, succinta ed asettica, tale da non costituire provocazione verso alcuna corrente di pensiero.
La lapide era già pronta, ma non venne mai collocatain quel Campo, poiché vi si oppose una locale Autorità, motivando il diniego con il fatto che quella lapide non sarebbe stata di interesse per alcuno.

Ho ricordato il particolare del diniego alla collocazione della lapide, per far comprendere come i giacobini di oggi non siano gran chè differenti dai giacobini di allora e che quelli odierni, dato che le circostanze attuali non consentono loro l’uso della pena capitale, sanno tuttavia ben avvalersi della pesante mortificazione del pensiero scomodo.
È una caratteristica costante dei giacobini, quella di contrapporre non argomento ad argomento, ma di contrapporre offese, o se non offese, quanto meno valutazioni personali negative verso gli argomenti addotti, o meglio, verso le persone che li sostengono.
A comprova della altezzosità superbiosa derivante dalla consapevolezza di essere, ora come allora, gli unici legittimi depositari della Verità laica.
Infatti, secondo il giudizio di quella Autorità, il gruppo di persone che avrebbero voluto affiggere la lapide, ammesso e non concesso che fossero gli unici interessati, sarebbero stati semplicemente dei “signori nessuno”.

Tornando a noi, debbo dire che la figura del Mangarini mi colpì in modo particolare, perché ebbe a fornirmi un altro nome da poter ricordare, in aggiunta ad altri pochi, in rappresentanza di quei molti veneziani anonimi che non vollero far supina e inerte acquiescenza al tradimento e all'ignavia di alcuni.
Il libretto del Prof. Borsetto citato in calce, mi ha fornito l’ispirazione per stendere il presente racconto, nel cui testo sono richiamati gli scarni dati storici.

Sono state aggiunte alcune particolarità, che non penso snaturino la realtà dei fatti, quale l’esistenza di una madre ancora in vita al momento della morte del figlio e dimorante a Zara, cosa molto verosimile, data la giovane età del martire, e quale il fatto che il Mangarini abbia voluto scrivere una lettera alla madre stessa, prima di venire ucciso. Cose che normalmente avvengono prima delle esecuzioni capitali in tutti i tempi e tutti i luoghi.

Totale frutto di fantasia sono invece le figure di Frate Benedetto da Venezia e di Frate Vittorio da Montereale Valcellina, ques’ultima d’altronde appena accennata.
Il particolare della partecipazione del Goethe alla cerimonia solenne avvenuta in Santa Giustina a Venezia il giorno 7 ottobre 1786 è veramente accaduto, come risulta da alcune indimenticabili pagine dello Italianiche Reise.
E’ invece di fantasia il colloquio tra lo scrittore tedesco ed il padre del Mangarini.

Desidero mettere in chiaro un particolare relativo a Napoleone.
Si potrebbe arguire che io covi un sentimento di odio nei confronti di questo personaggio storico.
Ovviamente la cosa non interesserebbe e non preoccuperebbe per nulla la moltitudine di ammiratori del famigerato Còrso, data la infinita modestia e pochezza della mia persona; però, se permettete, interessa a me.
Voglio allora precisare che io non odio Napoleone, così come non odio e non voglio odiare alcuna persona al mondo.
Aggiungerò come io sinceramente mi rallegri unitamente al Manzoni e condivida con lui la lieta constatazione del fatto che Napoleone sul letto di morte abbia chinato la fronte ed aperto il suo cuore al Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola.

Detto e confermato questo, il mio personale giudizio sul comportamento tenuto dal Buonaparte nei confronti di Venezia è particolarmente severo e pesante, e lo voglio schiettamente ribadito di fronte alle persone che, affascinate da alcuni lati della personalità del Còrso, amerebbero sorvolare sulle di lui malefatte, non poche, né trascurabili.
Penso che se a Cesare dobbiamo dare quel che è di Cesare, anche a Napoleone dobbiamo dare quello che è di Napoleone.

Un giorno un mio caro amico, veneziano e fervente cattolico, ebbe a meravigliarsi del fatto che ce l’avessi così garba, con la figura del Bonaparte, cosa che contrastava evidentemente con la communis opinio, che egli aveva supinamente ricevuto dai libri di storia studiati in gioventù.
Gli risposi che io mi meravigliavo della sua meraviglia, e ciò, per due motivi, dato che lui era veneziano, amante della sua città, e dato che era anche un fervente cattolico.
Infatti, ove non avessi avuto altri motivi di contrarietà (e ce ne sono a centinaia), sarebbero bastati questi due:
1 - l’aver il Bonaparte proditoriamente annientato la mia Patria, cancellandola dalla storia politica;
2 - l’aver egli trascinato colla forza in Francia, e l’aver ivi tenuti prigionieri per anni ed anni, ben due Papi: Pio VI prima, e Pio VII dopo, sacrilegio che nessuno al mondo osò mai commettere, neppure Hitler, che su simili rapimenti ci aveva fatto anche un pensierino sopra, finendo però con l’accantonarlo.

Un altro caro amico, nel non condividere il mio atteggiamento nei confronti di Napoleone, preferiva essere del parere del Manzoni: "ai posteri l’ardua sentenza".
Se tale epocazione, ovverossia sospensione del giudizio, è accettabile dal Manzoni per la stretta contemporaneità dell'Autore a Napoleone e, adenti stretti, anche da don Lisander, non la si può però omologare al nostro tempo, fra di noi che, a a oltre due secoli di distanza dai fatti, siamo a buon diritto fra i posteri indicati dal Manzoni, quindi in grado e da lui implicitamente obbligati a emettere quell’ardua sentenza.

Le opinioni di questi due amici dimostrano come la storiografia ufficiale sia scritta dai vincitori e per secoli contrasti i vinti quando questi tentano, pur sommessamente, di correggerla con ricerche d'archivio e saggi ragionati, trovando appoggio alle falsificazioni anche fra quei vinti che hanno soggiaciuto all'ideologia dominante.

Ciò precisato, eccovi il raccontino, amici lettori, che se potrà piacervi, ringraziate il retto giudizio e l’eroica volontà del Mangarini; se non vi piacerà, prendetevela pure con me, che le spalle le ho ben salde e robuste, per sopportare le vostre critiche.
Sempre ricordando (per dimostrarvi che alla fin fine, saprei essere vero amico di Napoleone), che quanto vale per ogni defunto, vale ovviamente pure per lui, e cioè che nessuno, tra i morti, ha bisogno dei nostri giudizi, mentre tutti avrebbero bisogno delle nostre preghiere.

Federico Fontanella

TOP

Il racconto:

Lettera del condannato Antonio Mangarini alla madre

Da Venezia, sera del 23 giugno 1797

Mia carissima madre,

ho l’amarezza di dovervi scrivere per l’ultima volta nella mia vita, poiché questa sera stessa, poco dopo il tramonto, io verrò fucilato dalle truppe della Municipalità Provvisoria, che governa Venezia, dopo la caduta della gloriosa Serenissima Repubblica.

Vi spiegherò, più concisamente che potrò, come si sia arrivati a questo estremo.
Vi ho detto che questa Municipalità governa Venezia?

Avrei dovuto dire che essa soggioga illegittimamente la nostra Città, poiché questo governo si è autocostituito, si è autonominato da se stesso.
Infatti non è stato nominato da alcuno, se non dai suoi stessi componenti, e si proclama falsamente democratico, mentre il Popolo veneziano non lo ha né voluto, né votato, e d'altronde non vuole saperne di altri governi, al posto di quello Serenissimo.

Una Municipalità così, sorta all’improvviso, in sostituzione del governo della Repubblica di San Marco, e già dotata nei fatti di tutti i poteri del precedente, non può essere sorta dal nulla in pochi minuti, la sera del 12 maggio, ma deve essere stata voluta e preparata nascostamente da lungo tempo da parte dei cospiratori giacobini.

Questo governo fino ad ora non è stato riconosciuto da alcun altro Stato europeo.
E, amara e ridicola constatazione, neppure dagli stessi francesi!

Giustamente, del resto, se ci pensate bene, poiché nemmeno chi organizza, e richiede, e paga l’altrui tradimento, riuscirà a fidarsi del traditore, ma sempre in cuor suo, pur valéndosene, lo coprirà di disprezzo.

Ahimè , madre mia, vorrei poter lasciare questi pensieri litigiosi e terreni, e concentrarmi tutto sulla mia morte imminente.
Sperando così di poter raggiungere il mio amatissimo padre e di unirmi a lui per sempre, e poter pregare più efficacemente per voi, che rimanete sola sulla terra.

Quante volte mi sembrava di essere più intimamente unito a Voi, quando, passando davanti alla chiesa di Santa Maria del Giglio, qui a Venezia, scorgevo scolpita in uno degli specchi del basamento della facciata, la pianta di Zara, la mia città nativa!
Come mi rivedevo fanciullo quando percorrevo quelle strade, accanto a voi, Madre mia, e mi nascondevo dietro un albero, per farvi stare un momento in apprensione, per godere dell’ansioso affetto col quale mi cercavate, e sorridervi poi contento, quando mi lasciavo far vedere di nuovo!

Mi accorgo di lasciaemi prendere la mano da cari ricordi e di procedere, nella descrizione di questi terribili eventi, in un modo molto disordinato e frammentario.
Scusatemi, madre, ma spero comprenderete facilmente come nella situazione attuale, io riesca a controllare il mio intelletto solo fino a un certo punto.

Forse Voi avrete già avuto notizia dei tristissimi avvenimenti che si sono abbattuti sulla nostra Patria, da qualche mese a questa parte.
Una sorta di inesorabile bandito còrso, di nome Napoleone Buonaparte, che è a capo dell’esercito francese, ha invaso già da tempo le nostre terre spadroneggiando, saccheggiandole e depredandole col pretesto di dover inseguire l’armata austriaca.
Egli ha attaccato la nostra Repubblica, malgrado si fosse proclamata neutrale nella guerra in atto tra la Francia e l’Austria, e ne ha, come vi dicevo, invaso gran parte del territorio, costringendo il Doge Manin ed i governanti legittimi della nostra Repubblica a continue vessazioni, a ininterrotti cedimenti, a dolorose umiliazioni, a onerosissimi pagamenti di denaro.
Ciò fino alla sera dello scorso 12 maggio, giorno funestissimo per noi tutti, in cui il Corso si è sentito di dichiarare sciolto e decaduto quello Stato che da oltre un millenio dominava i mari, ben oltre l’Adriatico.
Ha fatto questo dopo avere con mille pretesti e con mille intimidazioni, condizionato i suoi provvedimenti, dopo aver insomma agito da padrone, da dittatore, da despota, da Attila redivivo, prima ancora di diventare effettivo e unico dominatore per davvero.

I Francesi, tramite i loro fedeli emissari, alcuni nobili e alcuni bottegaj, convinti adepti e fautori delle loro idee demoniache, hanno fatto mettere in piedi una Giunta Municipale, che si ispira e si associa ai Francesi nel proclamare falsamente gli ideali di democrazia, di libertà, di fraternità di uguaglianza.
Ora a Venezia non c’è nulla di tutto questo, poiché in Venezia non vi è più alcuna libertà, non vi è fraternità che non sia massonica, non vi è uguaglianza fra gli invasori e i Veneziani, e meno che meno vi è la tanto decantata democrazia, poiché si tratta di un regime imposto esclusivamente con la forza delle armi e con la menzogna, dove non si trova nemmeno un lumicino di libertà, ma solo imperano i saccheggi, le depredazioni, le prepotenze, le angherie, le distruzioni, le arroganti e superbe tracotanze, e, sovrana di tutto, la morte.

Solo alcune nobildonne di facili costumi e altri personaggi del loro livello morale vanno a danzare spensieratamente e sacrilegamente attorno agli “alberi della libertà”.

Intanto noi non siamo più liberi di essere veneziani.

Ahi, madre mia, quale giorno funestissimo, quale giorno veramente infernale per tutti, fu quel 12 maggio, vero giorno dell’Ira divina, in cui esplose una tempesta mai vista prima d’ora, e tutte le nubi che gravavano sulla nostra Patria, cariche di una pioggia maligna e di una grandine devastatrice, si apersero finalmente per inondare Venezia con ogni satanica distruzione!

Giorno veramente nefasto e spaventoso, dove alla sera si ribaltò ogni piedestallo spirituale ed etico su cui posava la nostra Repubblica, e si osarono pronunciare parole di disprezzo, di esecrazione e di odio verso quelle stesse bandiere, verso quegli stessi ideali, che, da secoli e secoli, fino alla mattina di quello stesso terribile e maledetto giorno, erano tenuti in onore, ed erano motivo di gioia e di gloria!

La città era ed è sconvolta, il Popolo veneziano è depresso e disorientato, furente e bramoso di rivolta, attonito e avvilito, forse non vuole rendersi bene ancora conto di cosa sia successo, del disastro immane che è sopraggiunto sul suo destino.
Al punto che io mi sono domandato più e più volte, senza mai poter darmi una risposta adeguata e convincente: ma perché quest’odio forsennato ed inesorabile da parte dei Francesi e del Buonaparte, contro la nostra Patria?
Perché questo livore, questo accanimento, verso una Nazione, verso un Popolo, che ormai da quasi tre secoli non aveva mai mostrato malanimo alcuno verso la Nazione francese e non le aveva arrecato offesa alcuna?

Anche quando Venezia prese le armi contro la Francia, nel lontano 1509, lo fece perché costretta a difendersi dalla Lega di Cambray, cui anche la Francia partecipava.

Perché allora quest’odio, per cui il piccolo Napoleone (per natura, infatti, è press’a poco un mostriciattolo ) non soddisfatto di averla invasa, distrutta e privata della sua identità, della sua autonomia, della sua libertà e della sua indipendenza, non solo sta saccheggiando e rapinando le sue opere d’arte, non solo sta distruggendo le sue chiese, perché quelle evidentemente non può portarsele via, ma addirittura cerca di cancellare per quanto può, i segni, i simboli e il nome stesso della nostra antichissima civiltà, scalpellando gli antichi e marmorei Leoni di san Marco, ovunque essi fossero effigiati, dovunque essi fossero collocati, con un odio tanto folle, sistematico e ingiustificato, quanto furioso e satanico?
Al punto che vuole cancellare perfino il più pallido ricordo di ciò che era stata la gloriosa Repubblica, vietando espressamente di nominare il simbolo più prezioso di essa, vale a dire vietando di pronunciare il grido fatidico che essa lanciava contro i suoi storici nemici, in particolare contro i Turchi, e cioè: “Viva san Marco!”.

Cosicché oggi assistiamo a questa assurdità, a questa beffa atroce, ridicola e impensabile, che farebbe da ridere, se non fosse invece da deplorare e da piangere e da considerare con sbigottimento e con orrore, per cui se un veneziano viene ascoltato nel mentre pronuncia queste parole di “Viva san Marco!”, egli viene subito giustiziato sul posto!
Come già accadde a due barcaioli, i quali, giungendo a Venezia da Fusina, su di un barchino leggero, il 13 maggio scorso, cioè il giorno dopo la fatale data, e nulla sapendo di quanto era accaduto in città, ed essendosi messi a gridare, nel rio de l’Anzolo Raffaele, a guisa di abituale saluto, le parole: “Viva san Marco!”, vennero immediatamente presi a fucilate dalla sbirraglia giacobina della Municipalità, che stazionava davanti al Palazzo Foscarini, nella Fondamenta, per cui i loro corpi caddero all’interno del barchino.
Esso, privato della guida, se ne andò da una parte e dall’altra, urtando le rive e le altre imbarcazioni ivi ormeggiate.

Ma dove si sono mai viste situazioni così spaventose, così abnormi e brutali?

Qui si vuole non solo soggiogare il corpo dell’avversario, ma distruggerne l’anima, modellarla secondo un proprio volere entrando nel sacrario più augusto di un uomo, nella sua coscienza, forgiandone i sentimenti e gli ideali, vietando gli uni ed immettendone altri di opposti, cosa che perfino il Creatore non ardisce fare, poiché ha sempre rispettato la coscienza dell’individuo, anche quando essa fosse contraria e ostile alla sua volontà.

Cosa c’è, quale disegno infernale si nasconde sotto tutto questo?
Forse Venezia era troppo bella, troppo desiderabile?

Il vivere in essa era forse una delizia così squisita, un privilegio così impagabile, un dono così eccelso e così divino, che agli estranei e a tutti coloro che ne erano privi sembrasse un beneficio insopportabile, perfino a pensarlo, posto al confronto della loro miseria e della loro infelicità, così da desiderarne l’annientamento e la distruzione?
Per cui, se di quella felicità essi non potevano usufruire, nessun altro al mondo mai più potesse goderla?
Ma quale forza nemica ed infernale potrebbe essere così invidiosa da desiderare cose così nefande, così ingiuste e così nefaste?

Non lo so.
Non ho più risposte per queste angosciose e terribili domande.

Credo che dovrebbe essere ormai chiaro per tutti come primo scopo della loro rivoluzione sia quello di annientare la religione cattolica e la stessa idea della Divinità.

So solo che ora comprendo bene come il pensiero sia il vero padre dell’azione, e come perciò ognuno di noi dovrebbe vigilare attentamente su quanto pensa, perché soltanto dal nostro pensare dipende il nostro agire.
E so pure che stiamo precipitando nella barbarie più atroce e più bestiale che si potesse mai immaginare.

Una barbarie che, fra l’altro mi sembrerebbe estranea alle tradizioni culturali della Nazione francese ed indegna di essa.

Io penso, Madre mia, che stiamo vivendo un’epoca in cui non solo il potere degli uni cerca di soppiantare il potere degli altri e di sostituirsi a esso, come era sempre avvenuto a questo mondo, ma qui ed ora, non si vuole questo soltanto: soprattutto si cerca di scardinare e di annientare quel principio fondamentale che sottostava ad ogni potere, il principio fondamentale cioè, in forza del quale ogni potere si riconosceva anch’esso tributario e sottomesso ad una legge divina.
Ogni potere umano riconosceva il dovere di conformarsi e di ottemperare ai voleri della superiore legge divina.

Ora invece, legifera la straordinaria e luciferina superbia dell’uomo, il quale si vuole erigere senza limiti a suprema divinità di se stesso e a supremo ed unico legislatore, con l'insensato orgoglio che fa diventare l’uomo, il Dio dell’uomo stesso.

Quali strani pensieri si vanno accavallando nella mia povera mente!

La sera del 12 maggio l’intera città era in fermento e in subbuglio, senza che ci fosse stato un disegno preventivo e una adeguata organizzazione.

Spontaneamente una folla enorme di gente, la più diversa, si era riversata nella Piazza e nelle sue adiacenze per manifestare il suo attaccamento alla gloriosa Repubblica che stava in quel momento morendo, vinta dal peggiore e dal più empio dei mali che possa colpire uno Stato: il tradimanto di alcuni suoi figli!
La folla ancora ingenuamente sperava in cuor suo che il Maggior Consiglio avesse decretato la guerra al Buonaparte; la qual cosa purtroppo sarebbe stata ormai tardiva, poiché egli era già a Fusina, a Marghera e a Malcontenta. Se solo lo si fosse potuto decidere qualche mese prima, al momento delle formidabili e gloriosissime Pasque Veronesi, a esempio, forse la nostra Repubblica si sarebbe potuta salvare.

Questa folla volle manifestare il suo immenso dolore per la fine della Serenissima ed il suo furore contro i diretti e perversi responsabili di quel disastro, cioè i giacobini, devastando le loro abitazioni.

Anch’io la sera del 12 maggio scorso, non condivisi, e già da molto tempo prima non condividevo, l’atteggiamento di estrema prudenza, ma di sostanziale cedevolezza, tenuto dai nostri reggitori e dal nostro Doge, il quale paternamente pensava alla salvaguardia della salute fisica dei suoi figli e al pericolo di rovinare o di perdere addirittura questa gemma unica al mondo che è la città di Venezia, ove fosse stata sottoposta alle tremende vicissitudini di una guerra, con i suoi bombardamenti, con i suoi saccheggi e con le sue inaudite violenze.

Ma forse non è esatto parlare di non condivisione da parte mia del pensiero del Doge.
Io credo che ad ognuno spetti il suo compito e la sua propria responsabilità.
Forse perché sono abituato alla vita militare, e sono diventato un po’ troppo pragmatico, io penso che la vita sia una specie di gioco, nel quale ognuno deve recitare la sua parte, e quella di un altro è diversa e opposta alla mia, ma se lui fosse al mio posto, egli si comporterebbe come mi comporto io, e se io fossi al suo, mi comporterei come lui.
Al Doge forse si competeva di essere prudente, e a lui si addiceva di essere preoccupato per la salute e la conservazione dei beni umani e materiali che gli erano stati affidati, mentre al singolo individuo spettano ben minori e differenti responsabilità.
Il singolo individuo, come me, deve rispondere davanti a Dio e davanti ai posteri solo delle sue azioni, e solo delle ripercussioni che esse possono avere sul suo singolo destino o su quello del suo non numeroso prossimo.

Venezia in questi mesi, in questi giorni, non era una città concorde e unita, ma una città in cui operavano molti traditori, gente, soprattutto fra i nobili, che aveva in cuor suo già abbracciato le idee del nemico invasore, e che cercava in tutti i modi di appoggiarlo e di favorirlo.
Più o meno nascostamente essi si adoperavano perché la Repubblica non si difendesse dal Buonaparte con le armi e con le milizie, consigliando invece di dialogare e di trattare con lo stesso (come fosse giovevole al topo dialogare e trattare con il gatto), pur consapevoli che quei colloqui a nulla sarebbero serviti, se non a consegnargli su un piatto d’oro la testa della Serenissima, risultato che essi maleficamente volevano e perseguivano con empio accanimento.

A questo scopo brigarono affinché le truppe Schiavone, assai numerose e fedelissime, fossero allontanate, e cercarono in tutti i modi di preparare un terreno propizio all’invasione, sperando di guadagnare i favori, e di acquistare potere, quando fosse finalmente arrivato il loro cosiddetto "liberatore".
Una marcita purulenza si era perciò insinuata nel corpo stesso della Repubblica e ne aveva infettate le viscere.

Se il Buonaparte è stato senza dubbio l'antagonista che ha causato la caduta della nostra Patria, dobbiamo anche purtroppo ammettere che è stato potentemente aiutato e che la sua vittoria è stata efficacemente preparata e favorita da tale infetta purulenza che aveva minato e corroso la nobiltà veneziana e che, abbondantemente diffusa in essa, aveva finito col tramutare tanti Cittadini in autentici traditori.

Idee sovversive e ostili alla nostra Repubblica, giunte dalla Francia, sviluppate e promosse da organizzazioni misteriose e nascoste che operavano nel segreto, hanno fatto esplodere dall’interno la Serenissima, paralizzando, bloccando le sue possibilità e capacità di resistenza, alimentando così la sfiducia e la codardia, facendo falsamente credere che il venire incontro a Napoleone senza combattere, accogliendolo a braccia aperte, non avrebbe comportato alcun danno per i Veneziani, per il suo governo e per la nostra Religione.

A un punto tale che, nel momento in cui maggiormente ci sarebbe stato estremo bisogno di unità di intenti e di convinzioni, di slancio virile e di energico entusiasmo, quel fiero clima morale che avrebbe favorito la resistenza allo straniero, si è liquefatto ed è venuto meno.

Venezia è stata la prima Nazione a cadere a causa di questo ariete, di queste nuove credenze soltanto umane che si vanno diffondendo nel mondo, ma ben presto cadranno altri Stati, altri governi che si reggevano su di un fondamento religioso.

Tutto ciò è provato dallo stesso odio furente e rabbioso che Napoleone cova contro il nome e l’effige di San Marco, che vuole cancellare da tutta Venezia, da tutte le Venezie, dal linguaggio e dal ricordo dei Veneziani e dei Veneti.
Poiché la stessa dizione “San Marco” richiama alla mente sia la Patria nostra, Venezia, sia la Fede cristiana, poiché San Marco è insieme un evangelista di Cristo e il Protettore per antonomasia della Repubblica veneziana e della sua civiltà.

Soltanto l’autentico Popolo veneziano, genuino e minuto, si era mantenuto immune da codesta suppurazione spirituale.

Si vedevano dappertutto le tracce di codesto tradimento, vera lebbra morale, basti pensare, Madre mia, lo dico con sgomento e con raccapriccio, che un nobile veneziano, Giacomo Foscarini, uscendo dal Palazzo Ducale dopo aver votata la terribile e tremenda decisione che affossava la Serenissima, ebbe a gettare a terra la veste senatoriale e calpastandola, si mise all’occhiello della giacca una coccarda francese.
Quest’uomo io credo meriti di essere definito non più un Senatore Veneto, bensì una spregevole prostituta da strada.

Sono stati essi, i giacobini, a impedire con mille inganni che Venezia, a tempo debito, quando lo si poteva fare con qualche probabilità di successo, si sollevasse in armi contro il Buonaparte. Essi fecero credere che le sue truppe fossero più potenti e maggiori di quel che erano, così come gli stessi francesi del resto facevano, quando esigevano dalle venete popolazioni molto maggiori viveri del necessario, per far credere di essere assai più numerosi di quel che effettivamente erano, mentre poi gettavano il pane che loro logicamente avanzava, a marcire nei fossi.

Per cui, constatando le cose giunte a tale sfascio, e la città in preda al marasma più completo e divenuta tutta un fermento e un subbuglio e una spontanea sommossa contro i giacobini, sostenitori delle truppe francesi, anch’io ed altri miei amici ci sentiamo ribollire il sangue nelle vene, e la sera di quello stesso triste giorno che vedeva la fine della gloriosa Repubblica di San Marco, anche noi organizzammo una specie di rivolta, tanto improvvisa, quanto sicuramente malaccorta e non ben preparata.

Ai piedi del Ponte di Rialto avvenne lo scontro, ahimè, tra le truppe della Municipalità provvisoria e i gruppi di rivoltosi che io capeggiavo.
Fratelli contro fratelli, ma fratelli fedeli gli uni, e fratelli traditori gli altri!
Da una parte noi che non volevamo cedere alle ingerenze e alle prepotenze dei francesi, i quali volevano dettar legge in casa altrui tramite loro convinti emissari e fautori, e dall’altra le truppe della Municipalità provvisoria.
Abbiamo combattuto da leoni, finché abbiamo avuto armi per combattere.

Io ero vestito della mia divisa della Veneta Marina, con la sciabola sguainata in una mano mentre reggevo nell’altra il gonfalone di San Marco.
Posso e voglio dirlo, al fine che possiate essere fiera e orgogliosa di Vostro figlio.

Ho visto morire amici devoti e carissimi in quei tragici momenti, e confesso di averli poi invidiati.
Una ventina circa furono i morti in quello scontro: fu usato contro di noi perfino un cannone.
Moltissimi altri furono fatti prigionieri e condotti in carcere come malfattori.

Io riuscii al momento a sottrarmi alla cattura, ma venni arrestato pochi giorni dopo, quale capo di quei rivoltosi insorgenti.

Su di me scese allora una nebbia fitta, una sensazione di malessere inaudito, quasi mi avessero distrutto ogni difesa ed ogni luce interiore.
Ma come?
Venire assaliti, venire fatti prigionieri, solo perché avevamo ingenuamente e coraggiosamente difeso la nostra Patria, le nostre tradizioni, i nostri affetti più cari, le nostre case, le nostre famiglie, contro un governo improvvisato e marionetta, governo manovrato da truppe straniere e ostili, le quali, tramite loro ambasciatori, già da mesi pretendevano dettare ai nostri governanti e al nostro Doge, condizioni e modi di governare?

Quello che fino al giorno prima era sacro e doveroso, nominare e gridare cioè a gran voce il nome di San Marco, nel qual nome si condensavano le nostre più che millenarie credenze di Fede e di Patria, di punto in bianco, all’improvviso, doveva venir bandito, evitato, e peggio ancora disprezzato e rifiutato con orrore, anzi, peggio ancora, punito immediatamente con la morte?

Mi sembrava di aver perduto ogni memoria, ogni senso di logica, ogni punto di riferimento, mi sembrava di barcollare come un uomo totalmente privo di forze.

Poi nelle lunghe ore del carcere, nelle estenuanti attese del processo cui venni sottoposto, pensai che nei secoli futuri qualcuno avrebbe chiesto: -“Possibile che non ci sia stato nessuno, proprio nessuno, che in quella, una volta fiera e gloriosa Venezia, osasse ribellarsi a un tanto tragico ed empio destino, che prendesse un’arma in mano e tentasse di opporsi a quella ingiustizia, a quella barbarie, a quella crudele soperchieria? Magari senza alcuna certa prospettiva di far trionfare il suo tentativo, ma solo per dare una testimonianza di virilità, di amor patrio e di coraggio?”

Ebbene potrete rispondere Voi, e potranno rispondere i posteri: -“Si, quel lontano 12 maggio del 1797, ci sono stati a Venezia numerosissimi uomini, uomini per davvero, che il coraggio se lo son dati, e che hanno preferito e scelto di morire da uomini liberi, piuttosto che sopravvivere da servi o da traditori.
C’è stata una città tutta intera, c’è stato tutto un Popolo, il Popolo veneziano, fedele al governo più che millenario, che si è ribellato, ed è insorto, da Castello a Canareggio, da San Marco a Dorsoduro, che ha devastato e fatto scempio della case di quei traditori che avevano fatto cessare il Serenissimo Governo e lo avevano venduto ai francesi, come avvenne al palazzo all’Anzolo Raffaele, di quel Foscarini, di cui vi ho detto prima.
Quel popolo gridava: “Periscano i giacobini!”.

Sì, fra loro, fra gli insorgenti, c’è stato anche Antonio Mangarini, veneziano dello Stato da Mar, perché zaratino di origine, un uomo ignoto, un giovane venticinquenne qualsiasi, un veneziano come tanti altri, un Alfiere della Marina Veneta, il quale sentiva la fierezza di esserlo, e che ha combattuto contro i traditori, ed è morto per questo”.

Pensate a quello che Vi dico, e consolateVi in questi pensieri, quando io non calpesterò più la nostra amata patria terra.

Durante il processo seguito alla mia cattura, i giacobini, in conformità alla loro collaudata abitudine, mi hanno calunniosamente accusato di vari misfatti, ma erano accuse grottesche, meschine e ridicole, quale ad esempio, quella di essermi appropriato di un modestissimo quantitativo di formaggio nel corso di quella sollevazione!
Ma come si può solo pensare che un uomo, un ufficiale, si voglia esporre al rischio di morire prima in combattimento, e poi davanti ad un plotone di esecuzione, per un po’ di miserevole formaggio?

Ahimè, madre mia, come sono dolorosi tutti questi abietti tentativi di infangare moralmente il proprio avversario!
Hanno detto e scritto che io ero un ubriacone, quando io mai detti questo esempio, salvo una volta sola, quand’ero giovanissimo e totalmente inesperto dei poteri del vino, ma i giacobini neppure potevano conoscere questo lontano episodio.
Ma quale uomo, quale soldato d’altronde, non ha mai ecceduto, e forse più di una volta, gozzovigliando con gli amici?

Hanno detto che ero feroce, e lo hanno detto proprio loro che contro di noi, che insorgemmo con sciabole e moschetti, impiegarono impietosamente addirittura un cannone.

Hanno detto che ero un “impentito”, cioè che non avevo mostrato, durante la detenzione ed il processo, segno alcuno di pentimento.
E su questo hanno detto il vero, poiché sarei stato uno stolto e un codardo, se avessi mercanteggiato una pena più dolce, in cambio di un mio tradimento.
Non mi avete formato di tale stoffa, Madre mia, non mi avete educato con simili bamboleggianti principi, da aver così grande paura della morte, al punto da tradire i miei ideali e tutto il mio essere!

Se una dolcezza invece scende in me in questi momenti pieni di affanno, la devo al pensiero che muoio per la mia Patria, che muoio per la mia Venezia.
Questa città, che il poeta Francesco Petrarca ebbe a lodare con parole che mai nessuno potrà eguagliare per sincerità e per bellezza, parole che mio padre, quand’ero giovane adolescente, Voi lo sapete, mi ha ripetuto infinite volte per stimolarmi ad amarla e a rispettarla: -“… L’augusta città di Venezia, unico rifugio di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio dei buoni e solo porto cui possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita; città ricca d’oro, ma più di fama, potente di forze, ma più di virtù, sopra solidi marmi fondata, ma sopra più solide basi di civile concordia ferma ed immobile, e meglio che dal mare, da cui è cinta, dalla prudente sapienza dei figli suoi munita e fatta sicura…”.
Ahimè, queste parole, che da lunghi anni io conosco a memoria, come hanno il potere di indurmi al pianto, pensando al declino, al tramonto, alla perdita totale e forse irreparabile, di tutto ciò che rendeva orgogliosa la nostra vita e floride e sicure le nostre speranze!

Io morirò, forse tra pochi minuti, nel campo solitario di San Francesco della Vigna, una bella chiesa palladiana, quasi periferica, a due passi dal quel vero santuario della Venezianità, che è l’altra chiesa di Santa Giustina, ove ogni anno al giorno 7 di ottobre si reca (ma ormai, purtroppo, dovrei scrivere ”si recava”) il Doge con amplissima solennità, per il dono celeste della vittoria riportata sui Turchi, il giorno felice e gloriosissimo della battaglia di Lepanto.
A quella battaglia navale partecipò il grande scrittore spagnolo Miguel Cervantes, che vi perse la mano sinistra a seguito di una archibugiata turca; egli poteva perciò parlarne con cognizione di causa, e la definì con queste parole: “ … la più memorabile e alta circostanza che videro i secoli passati e che non sperano di vedere quelli futuri…. “.

Ricordo di aver partecipato una volta, alcuni anni or sono, a quella meravigliosa cerimonia in ricordo di tanto gloriosa battaglia.
Ero allora un adolescente e mi trovavo in compagnia di mio padre, vi ricordate? Mi sentivo perticolarmente fiero di poter parteciparvi.
Eravamo tutti e due pigiati e stretti tra la folla, sopra il ponte davanti alla chiesa, e casualmente ci trovavamo accanto a un elegante e fiero signore tedesco, con il quale, conoscendo mio padre, come Voi sapete, abbastanza bene l’idioma germanico, egli scambiò un lungo colloquio.

Mio padre illustrò a quel nobile tedesco le varie fasi della cerimonia stessa e la sua motivazione storica: ricordo che, pur al momento non comprendendo le singole parole, mi illuminavo di soddisfazione e di gioia, vedendo quello straniero rapito dalla commozione, tutto entusiasta per poter assistere a quella impagabile rievocazione di avvenimenti così gloriosi.
Ricordo ancora, poi mi riferì mio padre, che egli era uno scrittore, credo d’una qualche fama, a nome Johann von Goethe.
Sia benedetta (e potesse venire sempre lodata dai nostri posteri), la sua partecipazione così appassionata, la sua adesione ed il suo entusiasmo così totali e sinceri a quel nostro ormai lontano ricordo.
Mi sembrò, in quei momenti, di essere giunto al settimo cielo, poiché sentivo, che egli guardava noi, Veneziani, quasi con una sorta di nobile e lodevole ammirazione.

Torno mestamente a noi, al mio momento attuale.
Voi ben potete immaginare l’animo con il quale Vi scrivo.

Fra pochi minuti, credo tra un’ora al massimo, io non sarò più di questo mondo, e si parlerà di me, ammesso che se ne parli, al tempo passato, come di una identità che non è più, della quale non si deve più far conto alcuno.
Ma Voi, cara Madre, continuerete a parlare di me e a pensare a me, ne sono certo, con tenerezza e affetto continui.

Quando, nei primi giorni di prigionia, pensavo alla mia condanna a morte, condanna che era scontata e ben prevedibile, confesso che mi sentivo quasi gelare dentro,mi sembrava di non poter più respirare, ne di poter più compiere alcuno di quei movimenti naturali che avvengono senza partecipazione della nostra volontà, come l’aver fame, il patir la sete, il provare un fisico desiderio per qualche cosa ….
Successivamente, mi sono lentamente riadeguato alla vita … ma che importa, ormai, tutto è finito, i giochi sono conclusi, l’attimo di vita sta passando, ed è giunto il momento di morire.
Un'angoscia mi stringe l’animo.

Altra cosa è il morire durante una battaglia, perché l’esaltazione del momento e il frastuono delle armi ti impediscono di pensare, di riflettere, quasi di renderti conto di ciò che sta accadendo, impegnato come sei nel difenderti e nell’offendere, ma morire così, nel bel mezzo della tue normali attività, per una disposizione di volontà altrui, espressa in termini tranquilli e pacati, anche se severi, come fosse la lettura monotona di un verbale amministrativo, e invece quelle parole fredde e impersonali, significano per te la fine di tutto...

Nonostante il fatto che, in fondo, siamo tutti dei condannati a morte, che già nascendo riceviamo subito la condanna capitale, dal bambino che gioca spensierato, fino al vecchio che non può più distrarsi lavorando o giocando, e ha tutto il tempo e l’agio per pensare a quello che, fra poco, lo attenderà di sicuro, l'inderogabile certezza di dover morire non è gradita alla mente di noi uomini.
Questa sensazione e questa certezza ancor più sono innaturali e terribilmente contrarie al nostro stesso essere, quando si è giovani, quando tutto il tuo corpo ti grida, ti urla di essere fatto per vivere, di essere fatto per amare, di essere fatto per portare a compimento la tua missione nel mondo, grande o piccola che essa debba essere.

Ma forse il mio compito nel mondo io lo ho già assolto, la mia missione la sto compiendo, fra pochi minuti l’avrò già compiuta e perfezionata.
Perciò ora me ne posso andare, ed è conforme a giustizia che io vada.

Perché ho riscattato la vergogna e l’ignominia di questi giorni, e di fronte a tutti ho mostrato, assieme agli altri veneziani insorti, che Venezia non è una frolla cortigiana, ma una donna degna delle antiche eroine romane, ed è forte come le vergini cristiane che andavano cantando di fronte alla morte, che per loro era la porta della vita.

Scusatemi, Madre, le mie frasi vanno e vengono nel turbinio dell'urgenza che ho di Voi e della Vostra Benedizione.

Nei primi giorni, ricordo, mi pareva di impazzire.
Era come trovarsi in una cupa e oscura prigione, avvolti da un velo che ti soffoca, da cui ti senti vinto e sopraffatto, che ti impedisce ogni movimento, ma te ne lascia pur sempre il desiderio e la sterile volontà.
Poi, non so più come, è subentrata la rassegnazione, e con essa, il silenzio e la pace.
Molto di questa trasformazione lo debbo, onestamente e sinceramente, a frate Benedetto da Venezia, un vecchio francescano che assiste, per suo dovere ma anche per sua espressa volontà, i condannati a morte.
Mi è stato vicino in questi terribili giorni di febbrile attesa dell’esito del processo, e di acuta disperazione dopo, come padre al figlio.

Egli, posso dirlo, mi ha riavvicinato alla Fede, da cui mai, per la verità, mi ero consapevolmente dissociato.
Semplicemente, come tanti miei coetanei, l’avevo trascurata, non l’avevo più considerata come una cosa importante, come una cosa essenziale.
Le follie di Venere mi avevano preso nei loro tentacoli, è una realtà istintiva e naturale, in fondo, ci si lascia andare e non si pensa più ad altro.
Amor omnibus idem – diceva il poeta Virgilio, che avevo appreso ad amare da mio padre – L’amore è lo stesso per tutti.

D’altra parte, Voi lo ricordate bene, anche un nostro grande conterraneo, San Gerolamo, gridava al Signore: -“Parce mihi, Domine, qui Dalmata sum”, ben sapendo quanto la nostra stirpe sia sottoposta terribilmente alla violenza dell’ira ed a quella della concupiscenza.

Chissà cosa sarei potuto diventare, senza una madre accanto, perché lontana, che mi consigliasse, senza la presenza di un padre, perché defunto, che mi ammonisse.
Chissà, forse Dio ha avuto compassione di me, e mi ha sollevato alle attuali vertiginose altezze, senza alcun mio merito.

Ora, madre mia, sono io che attraverso l’ora delle tenebre, sono io che sudo sangue, e che chiedo al Padre di allontanare il calice amaro dalle mie labbra, sono io che gli chiedo perché mi abbia abbandonato, sono io che soffro, non vedendo più accanto a me lo sguardo affettuoso né di mia madre, né degli amici, e vedo invece facce vuote e ostili, mentre un’amarezza infinita mi riempie l’animo.
Ma al tempo stesso, sono anche il medesimo io, il medesimo Antonio, che si sente tuttavia un tutt’uno con suo fratello Cristo, che mi appoggio a lui, che vado febbrilmente cercando nei suoi occhi ed in quelli della Madre sua il lampo d’intesa che mi assicuri una futura pace...

Avevo tanti progetti nelle mie intenzioni ma adesso tutto si è fermato, come per prodigio, non ho più alcuna speranza terrena, ho raggiunto il traguardo, benché giovane. Quel che è fatto, è fatto, i miei desideri sono stati decapitati, ma il mio spirito è integro, e forse è felice di aver già fatto quel poco che il Padre aveva voluto che io facessi.

Se sarò stato fedele in quel poco, lo sarò ben presto e di più in quel molto che mi attende.

Muoio, madre mia, perdonando a coloro che mi uccidono, perché voglio presentarmi a Dio privo della zavorra dell’odio, e capace perciò di liberarmi a volo nella pienezza dell’amore.

Nel momento in cui le pallottole fischieranno la mia morte, io griderò per l’ultima volta come una suprema testimonianza di fede e di amore, quel grido che ora essi aborrane e vietano. Essi più di uccidermi non possono fare, mentre il grido eroico e meraviglioso di: “Viva San Marco!”, continuerà a risuonare dopo che il mio corpo sarà caduto inerte a terra.
Il sorriso impresso sul mio volto Vi dirà come io sia caduto affidando il mio spirito al Padre di noi tutti.

Madre mia, in questo momento sento rullare sottovoce i tamburi dell’esecuzione: questo rullio a poco a poco andrà aumentando di intensità fino a quando, al massimo del suo fragore, le guardie entreranno nella cella per condurmi all’ultima salita.
Chiudo questa lettera e la consego a fra’ Benedetto da Venezia, il quale provvederà a farvela recapitare in sicurezza.

Non ho più che queste ultime frasi per dirvi quanto Vi voglia bene, per chiedervi perdono di tutte le sofferenza che vi ho procurato, e per dirvi che sono certo del Vostro perdono e della Vostra Benedizione.
La morte sarà così un tornare bambino, quando mi portavate nella suggestiva chiesa della Madonna degli Olivi, a Zara, la piccola Patria mia, e io stanco delle grandi corse, prendevo sonno accanto a Voi, mentre mi accarezzavate la testa con la mano lieve….
Addio, madre mia, addio.

Il vostro per sempre figliolo Antonio

TOP

La Lettera di fra' Benedetto da Venezia

Venezia, 24 giugno 1797
Festività di san Giovanni Battista

Gentile signora Mangarini,
Aggiungo queste poche righe, in un separato foglio, alla lettera che vi ha scritto vostro figlio Antonio, e che io non ho letto, perché è giusto che siate voi la prima a leggerla.
Le due missive Le sono trasmesse da un confratello, Frate Vittorio da Montereale Valcellina, il quale dovrà recarsi a Zara nei prossimi giorni.

Vi scrivo soltanto per assicurarvi dei buoni sentimenti con cui Antonio ha vissuto in queste ultime settimane.
Grazie al mio ufficio di cappellano dei condannati a morte, ho potuto visitare e conversare con Antonio quasi ogni giorno, in questo ultimo periodo, e posso dirLe di non aver incontrato difficoltà alcuna nel prepararlo dolcemente al gran passo.

Questa mattina stessa gli ho portato il Pane di vita, che ha molto gradito e che ha ricevuto con forza serena e con amoroso rispetto.
Ho assistito poi, a lui vicino, ai suoi ultimi momenti e posso dirLe perciò che la sua morte è stata per me di grande edificazione.

Egli è morto la vigilia della festa del Battista e, come lui, è morto testimone della Giustizia e della Verità.
E’ morto in una dolce sera di giugno, quando, nelle nostre campagne venete, si raccolgono i fiorellini campestri che serviranno poi alle brave donne di casa per preparare la buona camomilla.
E’ morto perdonando ai suoi uccisori, come sarebbe semplice dovere di ogni buon cristiano.

Confido che l'anima di Antonio la aiuterà a condividere questo spirito d'amore che Antonio ha saputo abbracciare, e che nel perdono Lei si senta unita eternamente al suo Figliuolo.
Colui che non sia disposto a perdonare, sempre e tutti, sempre e tutto, non comprende l'insegnamento di Nostro Signore Gesù.
Il Signore ci disse di perdonare settanta volte sette, il che vuol dire un numero infinito di volte, e quindi sempre; il cristiano si impegna a perdonare ogni volta che recita la preghiera del Padre Nostro, là dove diciamo “….rimetti a noi i nostri peccati, come noi li rimettiamo a coloro che hanno peccato contro di noi”.
La triste pianta dell’odio, del risentimento e dell’acredine è una brina gelata che brucia le nostre anime e distrugge ogni tenue virgulto di bene che fosse in essa cresciuto o stesse per formarsi.
Non lasciamoci dunque vincere dall’odio, che è la forma più visibile e orrenda del male, ma vinciamo il male col Bene, secondo l’insuperabile e intramontabile parola di San Paolo. Abbandoniamo questa pesante zavorra e la gelida chiusura verso i nostri fratelli.

Il perdono che daremo a coloro che ci hanno fatto del male, sarà il nostro lasciapassare per l’eternità.

Verrà un giorno in cui anche Napoleone, che tanto male ha fatto e sta facendo alla nostra Patria e a noi tutti, sarà anche lui un vinto, e tremerà nel tormento dell’agonia, lui che non piega il suo ginocchio davanti a nessuno, lui che non ha timore di alcuno, ma incute timore a tutti, lui sentirà pesantemente la presenza di Uno che è più forte di tutte le Armate umane ed è più potente di tutti i cannoni del mondo.

Sarà forse allora proprio l’anima di Antonio, assieme a quella dei tantissimi altri che avranno patito a causa sua, ad accorrere al suo fianco, al suo capezzale, e ad ispirargli benevolmente quel necessario sentimento d’umiltà che provoca il desiderio di venire perdonato.

Non ostacoli questo futuro processo di conversione, che sono certo potrà venire anche per quel despota, ma lo favorisca già ora con il suo aperto perdono. Si unirà così ai sentimenti con cui Antonio è spirato.

Io stesso gli ho chiuso gli occhi per sempre, e con la mia carezza, la mia preghiera e la benedizione del Signore lo hanno accompagnato nella tomba.

Sia forte in Lui, che è forza, nel superare questo momento di grandissimo dolore, e sia fiera di Antonio e degna di lui.

Nel dolce e augusto nome di Cristo Gesù, La saluto con affetto.

Frate Benedetto da Venezia

TOP

Postilla di Federico Fontanella, per una miglior comprensione del racconto stesso.

Non rattristatevi, non vi perdete d’animo, amici Lettori, non state a credere di essere particolarmente ignoranti in materia, se dovrete constatare, dopo aver letto questo racconto, che ignoravate, prima di leggerlo, perfino l’esistenza di Antonio Mangarini.

Che è poi il primo degli insorgenti, cioè il primo di quella foltissima schiera di martiri, le cui vicende si cominciano a scoprire e a mettere in luce da appena qualche anno, dopo l'imposizione dell'oblio risorgimentale, durato per quasi due secoli.
Anch’io, lo confesso apertamente, fino a pochissimo tempo fa non sapevo chi fosse, cosa avesse fatto, e il suo nome non mi avrebbe richiamato alcunché alla memoria.
Ignoravo tutto di lui, a cominciare dal nome, come forse accadrà a voi, come forse accadrebbe a tantissimi veneziani, pur amanti della storia della nostra città e desiderosi di conoscerla sempre più e sempre meglio.

Avrei continuato a ignorare l’esistenza del Mangarini, così efficacemente ignorata e occultata, anzi fatta sppellire nel silenzio e nell’oscurità dalla storiografia di stampo risorgimentale, fieramente ostile a ogni ricordo locale, se non fosse stato per un libretto intitolato “Da la parte de San Marco”, opera di quel valente studioso e scrittore di Storia Veneta e appassionato ricercatore di documenti antichi e polverosi, che è il professor Gian Paolo Borsetto.
In tale libretto sono contenuti tutti i dati, scarsissimi, ma sufficienti, per comprendere e farsi un’idea dell’uomo Antonio Mangarini e delle sue ultime vicende terrene.

TOP

Analisi della sentenza e del contesto storico, di Umberto Sartori.

La sentenza di morte contro Antonio Mangarini

Chi si prenda la briga di leggere la lettera della sentenza pronunciata contro Antonio Mangarini, finalmente trovata sul sito del giornale degli Alpini "Il Mulo", ben comprenderà l'imbarazzo di chi abbia appena fondato un Gruppo patriottico e scopra di averlo posto sotto l'egida di un "volgare saccheggiatore".

Dal momento però che è arcinota, la tendenza falsificatoria dei governi moderni e in particolar modo di quelli provvisori e rivoluzionari, poteva non essere difficile una confutazione, a mezzo di logica, di tale infamante sentenza.
A una prima lettura superficiale, mi fu infatti facile dimostrare d'acchito l'estrema improbabilità della sequenza delle azioni del Mangarini così come esposte nella sentenza.

"Udita l'accusa ... presentata al Retento Antonio Mangarini dì anni 24 circa nativo di Zara, era Alfier nel battaglion colonnello Danese... ... Considerando ... essersi ritrovato fra li principali capi assalitori, e svaleggiatori della Bottega del Cittadino Giuseppe Ruggieri Formaggiero. Considerando aver egli garantito con palosso sguainato, abusando della Militare divisa, li violenti suoi compagni che si impiegarono ad alterarne la porta: ..."

La descrizione dei fatti criminosi, così come presentata nella sentenza, è forte spunto per dimostrare secondo logica la possibilità che si tratti di una invenzione o, come si direbbe oggi, una "montatura".
Nella sentenza si racconta infatti:

"Considerando aver il prefato Mangarini partecipato al reo Svaleggio, come consta anche dalla stessa difensiva sua allegazione, scortando quindi li generi derubbati con l'arma suddetta alla mano sino entro la bottega di un altro Cittadino Formaggiaro per nome Francesco Gobbato, il quale fu costretto con modi violenti a comprarlo".

Questo comportamento è incompatibile con quello di un volgare saccheggiatore. Quale ragione avrebbe questi, di rubare all'uno per vendere all'altro, quando a rigore è in condizione di svaligiare entrambi? Da un volgare saccheggiatore ci si aspetta l'arraffare, i denari del Gobbato proprio come il formaggio del Ruggeri; quale vantaggio potrebbe trarre, un volgare saccheggiatore, nel fare invece da "scorta" e da "garante" in una specie di transazione commerciale coatta?

Tuttavia la mia stessa confutazione può essere ribaltata: quali ragioni poteva avere un tribunale demagogico, nel costruire tale montatura? Che bisogno aveva di inventare questa stramba storiella, quando poteva semplicemente affermare che, appunto, il Mangarini avrebbe derubato sia il Ruggeri che il Gobbato?
A far pendere fortemente la mia opinione verso questo ribaltamento della primitiva confutazione si sono aggiunti alcuni dati emersi da un approfondimento dell'attività di quel tribunale.

Delle numerose sentenze rintracciabili contro i partecipanti e i sospetti di partecipazione ai fatti della breve insurrezione veneziana, quella contro il Mangarini è l'unica che decreta una condanna capitale.
Tutti gli altri vengono assolti, o perdonati, o condannati a lievissime pene, anche quando trovati in possesso di beni provenienti da reali saccheggi.

Sorge così la terza domanda, che contiene forse la risposta a entrambe le precedenti: "Perché solo il Mangarini fu fucilato?"
E la risposta è forse proprio in quella stramba storia che non calza né con la tesi del volgare saccheggiatore, né con quella della montatura demagogica.

Mangarini è fucilato perché è l'unico, fra gli arrestati, che ha voluto fare del saccheggio un atto politico e militare, perché ha usato se stesso e la divisa per legittimare una procedura di vittoria, quella del saccheggio (più o meno "controllato"), comune in quei tempi a tutti gli eserciti.

Storia di Venezia, Sentenza di morte pronunciata dalla Municipalità Provvisoria di Venezia contro Antonio Mangarini, insorto contro la congiura filofrancese.

Sentenza di morte pronunciata dalla Municipalità Provvisoria di Venezia verso Antonio Mangarini, insorto contro la congiura filofrancese.

A lettera della sentenza, egli non è nemmeno svaligiatore attivo, sono "li violenti suoi compagni che si impiegarono ad alterarne la porta ".
Il Mangarini, con il suo palosso e la sua divisa, svolge ruolo di aver "garantito" quei suoi violenti compagni, e di aver proseguito il suo compito "scortando quindi li generi derubbati con l'arma suddetta alla mano".

Con la sua divisa e la "stramba" sequenza dei suoi gesti il Mangarini intende forse ancora servire la Repubblica, far sì che non di un volgare saccheggio si tratti ma di una operazione militare.
Certo gli sfugge che un esercito mai dovrebbe sacccheggiare la sua propria Patria, ma vediamo che si tratta di un giovane militare, forse appena graduato, costretto ad assumere un posto di comando decisionale dalla defezione in massa dei suoi Comandanti e strateghi.

Sappiamo inoltre dal Tentori e non solo, di quanto fossero accese ormai le fazioni cittadine, e agli occhi del giovane militare dovette apparire che alcune di queste fossero ormai nemiche in armi della Repubblica stessa.

Egli svolge dunque il suo dovere nei limiti delle sue possibilità di comprensione, fà quello che può per mantenere in vita la Repubblica in cui ha creduto e che ha giurato di servire.
Soprattutto, forse, vuol lasciare di quei momenti, nei quali era principalmente la criminalità comune, a operare saccheggio sotto le mentite spoglie dell'insurrezione, una immagine diversa, una immagine di un saccheggio "civile, controllato", non motivato da rabbia o avidità, ma dall'amministrare una punizione contro i traditori della Repubblica.

Ecco perché scorta, palosso alla mano, il formaggio "requisito" fino a un'altra bottega, dove venga registrato che quel formaggio non era stato mangiato per strada da un'orda di vili ladroni, ma "preso in consegna e trasferito" da una ordinata squadra di militari, pur improvvisati, sotto il suo comando e responsabilità.

Sarà questo a costargli la vita, l'aver saputo militarizzare e rendere disciplinata una delle bande di saccheggiatori, il che lo rese forse l'uomo più pericoloso del momento agli occhi del fragile governo provvisorio.

Infatti Antonio Mangarini è l'unico fra i processati a non volersi scagionare o chiedere perdono:
"... aver il prefato Mangarini partecipato al reo Svaleggio, come consta anche dalla stessa difensiva sua allegazione... ".

Non ha, Antonio, di che vergognarsi: va incontro al plotone a fronte alta come a un nemico in armi. Muore da eroe e martire della sua Patria repubblicana, non da volgare saccheggiatore.

 

Ringrazio il ricercatore indipendente dott. Paolo Foramitti per le segnalazioni e i suggerimenti, che hanno procurato occasione e fonti per questo approfondimento nella questione del martire zaratino Antonio Mangarini.
Tali fonti hanno portato anche alla rettifica del nome stesso del Martire, che era stato inteso dai promotori delle prime iniziative e quindi da me come "Margarini".

 

TOP       

Edizione HTML a cura di Umberto Sartori