Storia di Venezia

Pagina pubblicata 8 Novembre 2011

Francesco Guicciardini, con particolare riferimento
alla Storia d'Italia e della Repubblica di Venezia

Venezia in "Del Reggimento di Firenze" || Venezia nella "Storia d'Italia"

   

Rettifiche alla figura di Francesco Guicciardini
denigrata dalla critica al servizio della Restaurazione

Per comprendere l'importanza e la rilevanza delle informazioni storiche che andremo esaminando nell'antologia di Storia veneziana tratta dalle Opere di Francesco Guicciardini e pubblicata in vari articoli su VeneziaDoc.net, è opportuno ricordare la figura di questo illustre Autore fiorentino.

Francesco Guicciardini nacque a Firenze nel 1483 da una delle più onorate e potenti Famiglie di statisti e fu tenuto a battesimo nientemeno che da Marsilio Ficino.
I suoi antenati sono cittadini personalmente coinvolti nel Governo e nell'elaborare forme statali che leniscano il danno causato alla Repubblica dall'acceso conflitto di fazioni che connota il panorama fiorentino.
Essi servono dunque lo Stato sia nei tentativi di Repubblica alla veneta che in Signoria dei Medici.

A 22 anni, prima ancora della laurea in Giurisprudenza, Guicciardini merita la cattedra di Istituzioni di Diritto Civile, a 29 è nominato ambasciatore della Repubblica Fiorentina presso la Corte di Spagna.

A 32 anni, tornato a Firenze, diviene membro della Signoria, il parlamento con cui i residui della Repubblica, frammentati dal costante conflitto delle fazioni cittadine, tentano di mitigare la restaurata supremazia Medicea.

L'ascesa al Soglio di Giovanni de' Medici col nome di Leone X, proietta l'anno seguente il Guicciardini sullo scenario internazionale, con l'incarico di Governatore di Modena, cui si aggiungono nel 1517 quelli di Governatore di Reggio Emilia e di Parma.

Nel 1521 è fatto Commissario Generale dell'Esercito Pontificio. Alla morte di Leone X difende con successo Parma, pur in assenza dell'Autorità papale, dall'assedio di Francesi e Veneziani.

Storia di Venezia - Statua di Francesco Guicciardini alla Galleria degli Uffizi di Firenze

Statua di Francesco Guicciardini alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

In quel frangente egli seppe prendere decisioni e assumere rischi personali che avrebbe facilmente potuto evitare se fosse stato, come una certa critica vuole descriverlo, un gretto opportunista. Al contrario, la sua virtù gli valse una ulteriore promozione dal nuovo Papa, Giulio de' Medici (Clemente VII), che lo nominò Governatore della Romagna.

L'intelligenza e l'abilità diplomatica e militare lo tengono all'altezza di tale incarico, difficile in quanto pertinente una terra ancor più faziosamente conflittuale della stessa Firenze. Terra inoltre di confine guerreggiato tra le maggiori potenze europee.

L'attività di statista e di comandante militare non distrae Francesco Guicciardini dall'impegno intellettuale con cui formalizza ogni esperienza della sua vita politica.

Egli produce infatti Opere che da un lato esaminano e propongono forme di Governo possibili, dall'altro descrivono gli eventi e le motivazioni nella dinamica delle grandi Nazioni, che ha potuto vivere e osservare da protagonista.
Coronerà questo aspetto dei suoi sforzi nei venti Volumi della "Storia d'Italia", che gli fruttano la gloria internazionale e imperitura di essere considerato il padre della Storiografia moderna, per l'assoluta fedeltà alle fonti originali, per l'ordine e l'acume con cui dispone fatti e ragionamenti.

Accennavo che esiste tuttavia una critica malevola nei confronti del Guicciardini. Una critica che proviene dagli stessi ambienti ottocenteschi che ordiscono le calunnie della Restaurazione contro Venezia al fine di spartirsi non solo i suoi beni materiali ma anche le conquiste civili e scientifiche della Repubblica.

Il coinvolgimento dello statista fiorentino è inevitabile nella diffamazione internazionale di Venezia. Le motivazioni vi appariranno evidenti dalla lettura delle citazioni dalla "Storia d'Italia", che testimoniano l'attenzione dedicata alla Repubblica di Venezia nell'Opera del Guicciardini.

Dalle sue Opere emerge chiarmente che Guicciardini è un repubblicano e un uomo al di sopra delle fazioni, addirittura al di sopra delle differenze nazionali. Per i suoi incarichi egli ha dovuto combattere in armi la Repubblica di Venezia, eppure la sua ammirazione per il Governo Veneto rimane sempre chiara e ampiamente ribadita.

Quando la struttura monarchica pontificia tracolla dopo la Lega di Cognac, Guicciardini registra le proprie considerazioni nel dialogo "Del Reggimento di Firenze", in cui elogia Venezia come la forma migliore di stato mai realizzata dall'uomo, ed esorta i Fiorentini e l'Italia tutta a unirsi in Repubblica secondo l'esempio dei Veneziani.

L'opinione del Guicciardini su Venezia è dunque straordinariamente favorevole e contrasta apertamente con l'immagine della Repubblica che la propaganda monarchica vorrà diffondere dopo la Restaurazione.

Guicciardini è scomodissimo per i vari Manzoni, Daru, Hugo, Boito e compagnia cantante che dai teatri di tutto il mondo dipingono la città lagunare come una sordida e tirannica oligarchia, "legittimamente" soppressa dal Congresso di Vienna.
Doppiamente scomodo perché, assai prima che l'illuminismo si impadronisse in blocco del prestigio culturale appartenuto a Venezia, il Guicciardini si era già guadagnato la gloria di padre degli storiografi, di luce del Rinascimento, di fonte primaria per la Storia degli Stati Europei.

Un uomo pressocché impossibile da calunniare per la limpidità delle sue scelte e della sua vita, per l'assoluta imparzialità e l'accuratezza delle sue opinioni.

Nei suoi confronti si opina dunque per una forma strisciante di calunnia, quella chiamata denigrazione, che consiste nel mettere in luce falsata alcune qualità per farle assomigliare a difetti.

Vediamo qualche esempio della disonestà intellettuale con cui il Guicciardini viene ancora oggi da taluni presentato.

Quella certa critica, dove dovrebbe elogiare l'imparzialità e l'impersonalità dell'occhio storico di Guicciardini, lo definisce freddo fino a essere glaciale, definizione atta a procuragli impopolarità, soprattutto in un'epoca in cui imperversa la passionalità del Romanticismo. Si giunge a legare la sua immagine di storiografo a una frase macabra inventata su misura per lui: "Qualsiasi oggetto egli tocchi, giace già cadavere sul tavolo delle autopsie".

Francesco De Sanctis

Francesco De Sanctis, denigratore del Guicciardini (courtesy of Wikipedia).

Il fatto che fosse abile a servire lo Stato, chiunque pretendesse di dirigerlo, e di avere riscosso la fiducia non solo della Repubblica ma di ben tre Papi gli procurò da parte di questi denigratori la patente di opportunista e di intrigante servitore della fazione medicea.

Particolarmente subdolo e vile è sul Guicciardini il parere "autorevolissimo" pubblicato da Francesco de Sanctis nella sua "Storia della Letteratura Italiana", ancora oggi adottata come libro di testo ufficiale nella maggior parte dei Licei italiani.

Questo critico, forse accecato dalla passionalità romantica (o forse per ben più meschini scopi di carriera), assimila, nel descrivere il pensiero e l'Opera del Guicciardini, le idee che questi in effetti sosteneva alle osservazioni critiche fatte dal Guicciardini sul mondo contemporaneo.
Ne risulta una immagine confusa e improbabile del pensiero dello Statista fiorentino. Una immagine adatta a dissuadere la maggior parte dei non specialisti dall'approfondire la conoscenza di questo gigante con la lettura delle Opere originali.

Ancora il De Sanctis volle denigrare lo stile letterario del Guicciardini, che è forse la prosa più scorrevole riscontrabile negli Autori suoi contemporanei, definendola prolissa, circonlocutoria e confusa, mentre è tale da essere leggibile e comprensibile con facilità ancora ai nostri giorni e da persone di media cultura.

Non è del resto la sola colossale montatura storica contro Venezia, a rendere appetibile alle Monarchie che governano l'Europa dell'Ottocento e ai loro lacché nelle Accademie, la denigrazione e l'oscuramento del pensiero e della documentazione guicciardiniana.

Nelle sue Opere, soprattutto nella "Storia d'Italia", sul "tavolo anatomico" del Guicciardini sfilano, con accurata documentazione e senza alcuna falsa diplomazia, le sue accuse ai Monarchi e al loro sistema di governo, unica causa delle guerre e dei saccheggi che l'Italia e l'Europa subiscono per secoli e secoli.

Egli descrive le figure dei monarchi, oltre che nella loro cecità politica, nella loro essenza di idoli viziati e viziosi, ai cui smodati appetiti sono sacrificati Popoli e Nazioni. Anche dalle poche citazioni che riporto tra le innumerevoli sparse nella "Storia d'Italia", risulta chiaro che l'opinione del Guicciardini non è di quelle che Savoia, Asburgo, Borboni e le altre schiatte di crudeli e intriganti mascalzoni possano desiderare di veder diffuse nelle scuole dei Regni che opprimono.

Così nelle scuole la condanna del Guicciardini ai monarchi e al loro sistema viene concentrata nella sua fosca descrizione del duca Valentino e della famiglia Borgia, trasformati dalla divulgazione in veri e propri capri espiatori che, con la loro efferatezza, pongono in ombra gli altri giudizi del Fiorentino; giudizi che sono tuttavia riscontrabili in tutta l'Opera, a prendersi la briga non dico di leggerla, ma anche solo di scorrerla nelle edizioni digitali disponibili.

Ecco alcuni dei passi nella "Storia d'Italia" che dimostrano il coraggio e la lucidità con cui il Guicciardini affronta i potenti della sua epoca.

Di Carlo VIII re di Francia, fà questo ritratto (Libro I cap. IX):

"... appena gli furno cogniti i caratteri delle lettere; animo cupido di imperare ma abile piú a ogn'altra cosa, perché aggirato sempre da' suoi non riteneva con loro né maestà né autorità; alieno da tutte le fatiche e faccende, e in quelle alle quali pure attendeva povero di prudenza e di giudicio.
Già, se alcuna cosa pareva in lui degna di laude, risguardata intrinsicamente, era piú lontana dalla virtú che dal vizio. Inclinazione alla gloria ma piú presto con impeto che con consiglio, liberalità ma inconsiderata e senza misura o distinzione, immutabile talvolta nelle deliberazioni ma spesso piú ostinazione mal fondata che costanza; e quello che molti chiamavano bontà meritava piú convenientemente nome di freddezza e di remissione di animo.
".

Storia di Venezia - Carlo VIII re di Francia

Carlo VIII re di Francia (courtesy of Wikimedia Commons).

Storia di Venezia - Papa Alessandro-VI

Papa Alessandro-VI (courtesy of Wikimedia Commons).

Del papa spagnolo Roderigo Borgia (Alessandro VI) e dei Cardinali che lo elessero (Libro I, cap. II):

"... comperò palesemente, parte con danari parte con promesse degli uffici e benefici suoi, che erano amplissimi, molti voti di cardinali: i quali, disprezzatori dell'evangelico ammaestramento, non si vergognorono di vendere la facoltà di trafficare col nome della autorità celeste i sacri tesori, nella piú eccelsa parte del tempio.
... in Alessandro sesto fu solerzia e sagacità singolare, consiglio eccellente, efficacia a persuadere maravigliosa, e a tutte le faccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano queste virtú avanzate di grande intervallo da' vizi: costumi oscenissimi, non sincerità non vergogna non verità non fede non religione, avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà piú che barbara e ardentissima cupidità di esaltare in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti; e tra questi qualcuno, acciocché a eseguire i pravi consigli non mancassino pravi instrumenti, non meno detestabile in parte alcuna del padre.
".

Sulla chiesa cattolica romana pronuncia questa opinione (Libro IV, cap. XII):

"Con questi fondamenti e con questi mezzi esaltati alla potenza terrena, deposta a poco a poco la memoria della salute dell'anime e de' precetti divini, e voltati tutti i pensieri loro alla grandezza mondana, né usando piú l'autorità spirituale se non per instrumento e ministerio della temporale, cominciorono a parere piú tosto príncipi secolari che pontefici.
Cominciorono a essere le cure e i negozi loro non piú la santità della vita, non piú l'augumento della religione, non piú il zelo e la carità verso il prossimo, ma eserciti, ma guerre contro a' cristiani, trattando co' pensieri e con le mani sanguinose i sacrifici, ma accumulazione di tesoro, nuove leggi nuove arti nuove insidie per raccorre da ogni parte danari; usare a questo fine senza rispetto l'armi spirituali, vendere a questo fine senza vergogna le cose sacre e le profane.
Le ricchezze diffuse in loro e in tutta la corte seguitorono le pompe il lusso e i costumi inonesti, le libidini e i piaceri abominevoli; nessuna cura a' successori, nessuno pensiero della maestà perpetua del pontificato, ma, in luogo di questo, desiderio ambizioso e pestifero di esaltare non solamente a ricchezze immoderate ma a principati, a regni, i figliuoli i nipoti e congiunti loro; non distribuendo piú le degnità e gli emolumenti negli uomini benemeriti e virtuosi, ma, quasi sempre, o vendendosi al prezzo maggiore o dissipandosi in persone opportune all'ambizione all'avarizia o alle vergognose voluttà.
".

Riportando un Discorso di Niccolò Foscarini al Senato Veneto, Guicciardini pubblica nella "Storia d'Italia", condividendola, questa immagine generale di Principi e regnanti (Libro VII cap. X):

"Considererà quali sieno le nature de' príncipi grandi, che non sono simili alle nostre, né resistono sí facilmente agli appetiti loro come fanno gli uomini privati; perché assuefatti a essere adorati ne' regni suoi, e intesi e ubbiditi a cenni, non solo sono elati (alteri, N.d.E.) e insolenti ma non possono tollerare di non ottenere quello che gli pare giusto (e giusto pare ciò che desiderano), persuadendosi di potere spianare con una parola tutti gli impedimenti e superare la natura delle cose; anzi si recono a vergogna il ritirarsi per le difficoltà dalle loro inclinazioni, e misurano comunemente le cose maggiori con quelle regole con le quali sono consueti a procedere nelle minori, consigliandosi non con la prudenza e con la ragione ma con la volontà e alterezza: de' quali vizi comuni a tutti i príncipi, non sarà già alcuno che dica che i franzesi non partecipino.".

Storia di Venezia - Massimiliano I d'Austria

Massimiliano d'Austria ritratto da Albrecht Durer (courtesy of www.homfree.com).

Storia di Venezia - Cardinale Francesco Alidosi

Francesco Alidosi ritratto da Raffaello Sanzio (courtesy of liberars.altervista.org).

Chi sappia leggere nei ritratti dei grandi maestri o nelle caratteristiche somatiche osserverà la mano destra rapace del Massimiliano, quasi un ragno che striscia in fondo al quadro, la sensualità della bocca sul melograno, quella delle labbra dell'Imperatore e lo sguardo opaco, torbidamente lucido, le labbra sottili, impassibili eppure capricciose dell'Alidosi. Per entrambi, nasi volitivi su menti femminei... Sono volti che confermano le impressioni descritte dal Guicciardini.

Di Massimiliano Sacro Romano Imperatore dice (Libro VII cap. XII):

"... fatto questo progresso, degno piú tosto di piccolo capitano che di re, ..., si ritornò alla fine di febbraio a Spruch, per impegnare gioie e fare in altri modi provisione di danari; de' quali essendo piú tosto dissipatore che spenditore, niuna quantità bastava a supplire a' bisogni suoi.".

Di un pupillo del Papa Giulio II, Francesco Alidosi Cardinale di Pavia, assassinato dal Duca di Urbino (che non era certo amico del Guicciardini, come vedremo in altra citazione), il Commissario Pontificio Guicciardini ha il coraggio di scrivere (Libro IX cap. XVIII):

"... degnissimo, per i suoi vizi enormi e infiniti, di qualunque acerbissimo supplizio.".

Accusa di empietà e di devastazione della Patria comune l'esercito pontificio che saccheggiò le coste della Laguna di Venezia (Libro XI, cap. XIV):

"... saccheggiata Pieve di Sacco, popoloso e abbondante castello, e dipoi andati a Mestri e di quivi condotti a Marghera in sull'acque salse, tirorno, ... con dieci pezzi d'artiglieria grossa verso Vinegia; le palle dei quali pervennono insino al monasterio del tempio [di San] Secondo: e nel tempo medesimo predavano e guastavano tutto il paese, del quale erano fuggiti tutti gli abitatori; facendo iniquissimamente la guerra contro alle mura, perché, non contenti della preda grandissima degli animali e delle cose mobili, abbruciavano con somma crudeltà Mestri, Marghera e Leccia Fucina e tutte le terre e ville del paese, e oltre a quelle tutte le case che aveano piú di ordinaria bellezza o apparenza: nelle quali cose non appariva minore la empietà de' soldati del pontefice e degli altri italiani, anzi tanto maggiore quanto era piú dannabile a loro che a' barbari incrudelire contro alle magnificenze e ornamenti della patria comune.".

Storia di Venezia - Battaglia di Agnadello, sconfitta dei Veneziani

Battaglia di Agnadello, sconfitta dei Veneziani, nell'immaginazione di Jollivet Pierre-Jules (1794-1871). Courtesy of Wikipedia.

Denuncia lucidamente la protervia del Papa Leone X (che pure lo aveva creato Governatore di Modena Reggio e Parma) e del clero romano nella questione Luterana (Libro XIII, cap. XV):
Storia di Venezia - Papa Leone X

Papa Leone X con i cardinali Giulio de Medici e Luigi de Rossi (courtesy of Wikimedia Commons).

"Sforzavasi ne' princípi suoi di spegnere questa pestifera dottrina il pontefice, non usando per ciò i rimedi e le medicine convenienti a sanare tanta infermità.
Perché citò a Roma Martino Luther sospeselo dallo officio del predicare, e dipoi per la inobbedienza sua lo sottopose alle censure ecclesiastiche; ma non si astenne da molte cose di pessimo esempio, e che dannate ragionevolmente da lui erano molestissime a tutti: donde il procedergli contro con l'armi ecclesiastiche non diminuí appresso a' popoli, anzi augumentò la riputazione di Martino, come se le persecuzioni nascessino piú dalla innocenza della sua vita e dalla sanità della dottrina che da altra cagione.
... si facevano quello anno a Roma spessi concistori, spesse consulte di cardinali e teologi deputati nella camera del pontefice, per trovare i rimedi a questo male che continuamente cresceva: e ancora che non mancasse chi riducesse in memoria che la persecuzione fattagli insino a quello dí, poi che non era accompagnata col correggere in loro medesimi le cose dannabili, gli aveva cresciuto la riputazione e la benivolenza de' popoli, e che minore male sarebbe stato dissimulare di non sentire questa insania, che forse per se medesima si dissolverebbe, che soffiando nel fuoco accenderlo e farlo maggiore; nondimeno, come è natura degli uomini di procedere volentieri a' rimedi caldi, non solo furono accresciute le persecuzioni contro a lui e contro agli altri suoi settatori, ...
".

Grandi e piccoli, i monarchi sono accomunati dai medesimi vizi e difetti; sul Marchese di Pescara (Libro XVI, cap. XI):

"Capitano certamente di valore grande, ma che con artifici e simulazioni sapeva assai favorire e augumentare le cose sue. Il medesimo, altiero insidioso maligno, senza alcuna sincerità, e degno, come spesso diceva desiderare, di avere avuto per patria piú presto Spagna che Italia.".

Enuncia il sospetto di tradimento sul Duca di Urbino, capitano della Lega Pontificio-Veneziana e quindi suo potente e pericoloso collaboratore... (Libro XVII cap. VI):

"E a giudizio della maggiore parte degli uomini ebbe sí poca necessità il pigliare uno partito di tanta ignominia che molti dubitassino che il duca non fusse stato mosso da ordinazione occulta del senato viniziano, il quale, a qualche proposito incognito agli altri, desiderasse la lunghezza della guerra; altri dubitassino che il duca, ritenendo alla memoria le ingiurie ricevute da Lione e dal presente pontefice quando era cardinale, e temendo che la grandezza sua non gli mettesse in pericolo lo stato, non gli fusse o per odio o per timore grata la vittoria sí presta della guerra; ...".

... ma libera il Senato Veneto da ogni sospetto di complicità in quel tradimento:

"Nondimeno, il luogotenente del pontefice (Guicciardini stesso) si certificò per mezzi indubitatissimi che a' viniziani fu molestissima la ritirata, e che non avevano cessato mai di sollecitare lo accostarsi lo esercito a Milano sperando molto nella facilità della vittoria; ...".

Descrive il pentimento sospetto del papa Clemente VII (che lo aveva nominato Governatore della Romagna e suo plenipotenziario) per l'avanzata dei Turchi sull'Ungheria, mentre Roma è messa a sacco dagli imperiali dei Colonna (Libro XVII cap. XIII):

"Però, rivolgendo nella mente sua nuovi pensieri, e dimostrando ne' gesti nelle parole e nella effigie del volto smisurato dolore, chiamati i cardinali in concistorio, si lamentò efficacissimamente con loro di tanto danno e ignominia della republica cristiana; ... perché nissuna infelicità nissuna miseria gli potrebbe essere maggiore che perdere la speranza e la facoltà di potere porgere la mano salutare in incendio tanto pernicioso e tanto pestifero.
Fu udita con grande attenzione ed eziandio con non minore compassione la proposta del pontefice, e commendata molto; ma sarebbe stata commendata anche molto piú se le parole sue avessino avuta tanta fede quanta in sé avevano degnità; perché la maggiore parte de' cardinali interpretava che, avendo prese l'armi contro a Cesare nel tempo che già, per le preparazioni palesi de' turchi, era imminente e manifesto il pericolo dell'Ungheria, lo commovesse piú la difficoltà nella quale era ridotta la guerra che il pericolo di quel reame: di che non si potette fare vera esperienza.
".

Storia di Venezia - Clemente VII

Il Papa Clemente VII ritrato da Sebastiano dal Piombo (courtesy of Wikipedia).

Infami trame del re di Francia con i Turchi, trame che la "storiografia" post-napoleonica trasferirà a Venezia assieme alla massa di calunnie elaborate dal Pierre Daru nella "Histoire de la Republique de Venise" (Libro XX cap. III):

"Finí in queste agitazioni l'anno mille cinquecento trenta e succedette il mille cinquecento trentuno, ...
... e (quello che si trattava con maggiore offesa di Dio e con orribile infamia della corona di Francia, che aveva fatto sempre precipua professione di difendere la religione cristiana, per i quali meriti aveva conseguitato il titolo del cristianissimo) tenendo pratiche col principe de' turchi per irritarlo contro a Cesare, contro al quale era per l'ordinario mal disposto, sí per l'odio naturale contro al nome de' cristiani come per cagione delle controversie che aveva col fratello, che erano quistioni per il regno d'Ungheria col vaivoda di chi egli aveva preso la protezione, come eziandio perché la grandezza di Cesare cominciava a essere sospetta anche a lui.
".

La sua valutazione finale di Clemente VII, dal quale aveva tuttavia riscosso enorme fiducia (Libro XX cap. VII):

"... Morí odioso alla corte, sospetto a' príncipi, e con fama piú presto grave e odiosa che piacevole; essendo riputato avaro, di poca fede e alieno di natura da beneficare gli uomini.".

Papa Paolo III

Papa Paolo III ritratto da Tiziano Vecellio (courtesy of Wikipedia).

Dalla morte di Clemente VII e dall'elezione di Paolo III, trae spunto per descrivere gli usi e costumi dei pontefici romani:

"... Morto lui, i cardinali, la notte medesima che si serrorono nel conclave, elessono tutti concordi in sommo pontefice Alessandro della famiglia da Farnese, di nazione romano, cardinale piú antico della corte; conformandosi i voti loro col giudicio e quasi instanza che n'aveva fatto Clemente, come di persona degna di essere a tanto grado preposta a tutti gli altri.
Uomo ornato di lettere e di apparenza di costumi, e che aveva esercitato il cardinalato con migliore arte che non l'aveva acquistato; perché è certo che il pontefice Alessandro sesto aveva conceduta quella degnità non a lui ma a madonna Giulia sua sorella, giovane di forma eccellentissima.
E concorsono i cardinali piú volentieri a eleggerlo perché, essendo già quasi settuagenario e riputato di complessione debole e non bene sano (la quale opinione fu aiutata da lui con qualche arte), sperorono avesse a essere breve pontificato.
".

Sono innumerevoli i brani e gli eventi da cui si vedono false e infondate le accuse di opportunismo, di gretto pragmatismo e di mancanza di Ideali rivolte al Guicciardini nei libri di testo ufficiali e nelle opere divulgative, così come false quelle di essere stato un lacché dei Medici. Penso che le citazioni suesposte siano sufficienti a ritorcere quelle stesse accuse su chi le volle formulare e su chi ancora le sostiene.

Il totale appoggio fornito dalle Monarchie europee alle campagne di calunnia e denigrazione contro la Repubblica e i pensatori repubblicani, permise agli illuministi post-napoleonici di farcirne enciclopedie e saggi, alimentando un filone ininterrotto di opere di fantasia calunniose che continua ancora oggi, e che ancora oggi pretende di velare la miseria intrinseca del movimento illuminista stesso che, sotto i "fumi" della sua ragione, rapinò prima il messaggio cristiano e poi le conquiste civili della Repubblica di Venezia.

Del fatto che l'indole dei monarchi sia stata ben disegnata nella "Storia d'Italia", il Popolo Italiano ha avuto recentissime (storicamente parlando) prove nella schiatta che ha travagliato il Regno d'Italia, con l'ultimo re capace di fuggire abbandonando l'intera Nazione e l'Esercito in guerra non solo alla sconfitta ma addirittura all'incertezza di chi fossero gli alleati e quali i nemici; per proseguire poi, nel dorato esilio del dopoguerra e persino dopo la riammissione al suolo italiano, a diffamare la nostra Patria con pubblici comportamenti indegni e persino comunemente criminali.

Ma la monarchia non è il solo nemico della Repubblica. Ancora più pericoloso, e principale preoccupazione del Guicciardini statista, è il fazionismo partitico che travaglia i tentativi di Repubblica non meno che le Signorie e i regni decaduti.

Le sue analisi di questo fenomeno, con i perniciosi effetti che produce sugli Stati e sul benessere delle Popolazioni, lo rendono inviso anche al governo di boiardi e ladri che prenderà il sopravvento sulla viltà e l'insipienza dei Savoia.

Così la neonata sedicente Repubblica Italiana continua a oscurare uno dei più fulgidi esempi di pensiero e storia repubblicana. Con Venezia anche Guicciardini resta nel paniere della Storia scomoda e il De Sanctis continua ad ammaestrare nelle scuole pubbliche.

Un procedimento analogo di mistificazione e calunnia sarà applicato all'esegesi delle opere e della figura morale di un eminente concittadino e amico del Guicciardini, Niccolò Machiavelli, ancora oggi tristemente noto per una frase che non ha mai inteso asserire come propria, frase che anzi rientra nella critica del Machiavelli ultrademocratico alla figura dei monarchi... Ma questo è argomento che spero di poter trattare in un apposito articolo.

Storia di Venezia - Vittorio Emanuele III

Vittorio Emanuele III con Benito Mussolini, lo sventurato dittatore al quale cedette responsabilità e decisioni per il suo popolo, che egli non sapeva o non voleva prendere in prima persona (courtesy of www.reumberto.it).

Scopo di calunniatori e denigratori non è convincere gli storici e gli studiosi ma suggestionare la grande maggioranza del Popolo, tutte quelle persone cioé che abbeverano la propria cultura e dignità civile alle opere di divulgazione o, peggio, ai sentito dire di chi quelle opere divulgative legge.

Ma le calunnie devono cadere davanti all'evidenza di un uomo buono, capace onesto e leale che meritò non soltanto il rispetto e la fiducia dei suoi Maggiori pur mentre li criticava con l'aspra sincerità che abbiamo visto, ma anche la stima dei nemici sconfitti in battaglia.

Ne abbiamo esempio con l'assedio di Parma difesa dal Guicciardini, governatore di quella città e commissario pontificio.
Attaccavano Parma Marcantonio Colonna al comando di un contingente veneziano e Federigo da Bozzole alla testa di soldati francesi. Federigo, visti fallire i tentativi di conquistare la città strenuamente difesa grazie alle esortazioni al Popolo e ai provvedimenti presi dal Guicciardini, ebbe a dire (Libro XIV, cap. X):

"... nessuna cosa in questa espedizione, della quale era stato autore, averlo ingannato se non il non avere creduto che uno governatore, non uomo di guerra e venuto nuovamente in quella città, avesse, essendo morto il pontefice, voluto piú presto, senza alcuna speranza di profitto, esporsi al pericolo che cercare di salvarsi, potendo farlo senza suo disonore o infamia alcuna.".

Storia di Venezia - Thomas de Foix-Lescun, Signor dello Scudo

Thomas de Foix-Lescun, Signor dello Scudo, Maresciallo di Francia (courtesy of Wikipedia).

Alla qualità del coraggio intellettuale bisogna dunque aggiungere anche quello militare, e nella guerra un comportamento che di gran lunga anticipa la Convenzione di Ginevra. Vediamo infatti Guicciardini liberare un ambasciatore (Thomas de Foix, noto come Signor dello Scudo, fratello del Maresciallo di Francia Lautrec), anche quando l'esercito da questi rappresentato approfitta della tregua diplomatica per sferrare un attacco di sorpresa. Dal Libro XIV, cap. II:

"... gli altri fuggirono: né salvò lo Scudo altra cosa che il rispetto che ebbe, chi voleva tirare a lui, di non percuotere il governatore. Ma essendo egli pieno di spavento, e lamentandosi essergli mancato della fede, né sapendo risolversi o a stare fermo o a fuggire, il governatore, presolo per la mano e confortandolo che sopra la fede sua lo seguitasse, lo introdusse nel rivellino; non l'accompagnando altri de' suoi che La Motta gentiluomo franzese: ...
... lo Scudo. Il quale, dopo lungo parlamento ed essere stato certificato che il disordine era nato da' suoi, fu licenziato dal governatore; il quale, rispetto alla fede data e alle commissioni avute dal pontefice di non fare dimostrazione alcuna contro al re, non volle ritenerlo.
".

Sono troppe le citazioni capaci di mettere in luce la virtù e l'ampiezza di vedute e interessi del Guicciardini, per poterle riportare tutte. È un uomo politico come lo si può desiderare, e le sue competenze si applicano in tutti i campi che possano riuscire di un qualche giovamento al progresso della società civile.

Guicciardini fu, per gran parte del suo tempo e per sua sventura, destinato a servire lo Stato costituito sotto un monarca tanto assoluto da arrogarsi con le armi non solo il potere temporale ma anche quello spirituale. Eppure non cessò mai di essere fautore e propositore della Repubblica, di praticare il senso profondamente repubblicano dell'Amor di Patria come sentimento di appartenenza territoriale assai prima che come obbedienza a un re.

Patria da amare e rispettare per il Guicciardini sono le campagne d'Italia devastate dalle bande mercenarie, gli artigiani commercianti e contadini che in Parma esorta a difendere in prima persona la loro città. Patria sono le ville venete bruciate per ordine empio del Papa.

Libro XVII, cap. VIII:

"Donde, con grande ignominia della milizia del secolo presente, non fanno i soldati piú alcuna distinzione dagli inimici agli amici; donde non manco desolano i popoli e i paesi quegli che sono pagati per difendergli che quegli che sono pagati per offendergli.".

Come militare sarà a sua volta costretto a eseguire ordini empi, senza mai cessare però di criticarli e cercando di metterli in atto con tutta la moderazione consentita dal suo grado gerarchico e dalla sua intelligenza.

Ebbe dunque una vita assai difficile, da vero "uomo che cammina innanzi ai viventi", sostenuta da una fede cristiana più forte, limpida e coerente di quella professata dagli stessi pontefici e dalla visione, pur da lontano e da campo spesso suo malgrado contrapposto, del suo sogno realizzato. Un sogno cui costantemente abbevera la sua visione politica e la sua speranza: l'esempio plurisecolare della Repubblica Serenissima di Venezia.

A ulteriore discapito del De Sanctis, chi avrà la pazienza di leggere la Storia d'Italia e il Dialogo Del Reggimento di Firenze, o anche solo le citazioni da me presentate che potete trovare con i link qui sotto, scoprirà che il Guicciardini non fu inabile alle passioni. Egli ebbe, indubitabilmente, una passione per la Repubblica di Venezia. Una passione lucida, intelligente e coraggiosa.

Umberto Sartori

   

Venezia in "Del Reggimento di Firenze" || Venezia nella "Storia d'Italia"

Edizione HTML a cura di Umberto Sartori