Storia di Venezia

Pagina pubblicata 28 Maggio 2018

Indagine sulla Serrata del Maggior Consiglio
e la congiura Querini-Badoer-Tiepolo, 1310

   

Ne l'anno mie tresento e diese,

nel meso del mese de le sariese,

Bajamonte passò el ponte

e fu fato el Consiglio de Diese.

Con questa incisione di Francesco del Pedro per l'opera "Fasti Veneti" pubblicata nel primo periodo della Municipalità provvisoria (1797), Bajamonte viene descritto come sfortunato eroe della difesa della Repubblica dal tiranno Gradenigo.

Storia di Venezia - Bajamonte Tiepolo respinto dalla Piazza San Marco

Per comprendere quanto profondamente la questione di Bajamonte Tiepolo, risalente agli albori del XIV secolo, abbia inciso sulla vita e l'immaginario dei Veneziani, basta pensare che la breve filastrocca era ancora viva nella memoria popolare al tempo della mia infanzia, dopo la metà del XX secolo.

La strofa mi veniva infatti recitata anche da mia madre (che non era un'erudita ma un'ostessa) quando a brani e lacerti cercava di spiegarmi la storia della nostra città.
A quel tempo, come ancora oggi, era dato per scontato che Bajamonte fosse un aspirante tiranno.

Ma non era così nei decenni che precedettero e nei mesi che seguirono la caduta di Venezia.


Allora, e forse anche nei secoli precedenti, la questione della congiura Querini-Tiepolo mostrava una vitalità e una presa sociale ben più intense della semplice sopravvivenza di una filastrocca.

Quello che possiamo osservare nelle carte e nei discorsi del tardo Settecento è che la figura di Bajamonte era divenuta emblematica per quella parte del malcontento veneziano che guardava alle “nuove idee d'Oltralpe” come a una speranza di ritorno alla naturalità primigenia della Repubblica, ormai da oltre un secolo gravemente impastoiata nella corruzione e nel dominio incontrastato di pochi “paroni de Venessia”.

In questa fazione trovavano luogo gaudenti come Francesco Battaja, che mal soffrivano l'ipocrita perbenismo di cui si ammantava la società veneziana, idealisti fragili come Ugo Foscolo e ribelli sfortunati e raggirati come Carlo Contarini. Era la fazione più eterogenea, ingenua e sciocca tra quelle in gioco, tuttavia per tradizione imputava la decadenza di Venezia dallo stato aulico di Repubblica proprio a quelle leggi e quell'Albo d'Oro, instaurati dal doge Pietro Gradenigo e dai suoi accoliti, che vanno sotto il nome di “Serrata del Maggior Consiglio”.
Agli occhi di questi "giacobini" Bajamonte avrebbe tentato di spodestare il Doge per impedire quella svolta oligarchica.


Dai discorsi riportati nella “Raccolta di Carte del Veneto Governo” (vol. III, 1797) risulta evidente che il mito di Bajamonte difensore della Repubblica era ben vivo, al punto che ci fu chi propose di scolpire delle lapidi che lo ricordassero come eroe e altre che bollassero il Gradenigo come sordido tiranno.

Le medesime “Carte” testimoniano che in quell'atmosfera infuocata vi fu un medico, Francesco Aglietti acceso “giacobino”, il quale volle il suggello della documentazione storica su quelle lapidi da apporre all'eroismo del Tiepolo.

Aglietti indisse dunque un concorso fra gli eruditi offrendo ben 50 zecchini a chi fosse riuscito a scovare i documenti che dovevano scagionare gli antichi congiurati e trasferire l'infamia della Storia sul Doge Pietro Gradenigo.
Per l'occasione furono aperti tutti gli archivi della Serenissima e 12 studiosi accolsero la sfida.

Tra questi, per motivi a lui stesso non chiari, vi fu anche l'abate Cristoforo Tentori.
L'abate, un gesuita rimasto orfano del suo Ordine, viveva a Venezia svolgendo umili mansioni di ajo, scrivendo solitamente di Storia della Repubblica e di idraulica (vedi biografia).

Per chi lo ha conosciuto attraverso le sue opere, e soprattutto attraverso la “Raccolta Cronologica di Documenti Diplomatici” è ben chiaro che Tentori non aveva la benché minima simpatia per giacobini, Francesi e democratici in genere. Pubblicò anzi dei libelli con lo pseudonimo di Pandolfo Malatesta dove si condannava il nuovo corso delle cose e si mettevano alla berlina quei patrizi che avevano tradito la Repubblica parteggiando per Napoleone.

Perché dunque si iscrisse a quella tenzone? La sua biografia e le conclusioni cui giunse in quella ricerca rendono evidente che non si trattava di cupidigia per il premio. Lui stesso non sa dire altro che vi fu spinto “da irresistibil comando”.(1)


Sulla questione di Bajamonte, Tentori redasse un opuscolo: "Il vero carattere politico di Baiamonte Tiepolo, dimostrato dall'unanime consenso degli storici veneti ed esteri".

In questa relazione egli giunge alla conclusione opposta di quella desiderata dall'Aglietti. Tentori ritiene di poter dimostrare con ampia documentazione d'archivio che Bajamonte fu in effetti un aspirante tiranno e che la Serrata del Consiglio voluta dal Gradenigo fu un bene per la sopravvivenza della Repubblica.

Da allora la damnatio memoriae della congiura divenne un fatto condiviso da tutte le versioni della Storia Veneta.
Bajamonte compare come tiranno sia nella “leggenda nera” di Venezia, ovvero nella versione ufficiale e calunniosa della Storia di Venezia imposta alle Accademie fino ai nostri giorni dalla Restaurazione per mezzo della “Histoire de la Republique de Venise” del Daru, sia nella “leggenda grigia”, falsificazione di segno opposto voluta e patrocinata dai rimasugli del patriziato veneziano in cui si vuole dipingere Venezia come uno Stato perfetto.

Va detto che dei dodici eruditi in concorso Tentori fu l'unico a formulare questa sentenza. Gli altri undici presentarono relazioni che suffragavano invece la tesi desiderata dall'Aglietti.

Ciononostante, il medico “giacobino” decise di dar credito alla versione dell'abate, lodandone l'imparzialità e rimproverando agli altri studiosi di aver voluto piegare la Storia al desiderio del premio in zecchini.
Il premio non fu assegnato ma il referto del Tentori fu pubblicato e pubblicamente lodato. Si rinunciò alle lapidi riabilitative e furono invece rinnovati nell'Ottocento quei segni urbani che marcavano l'infamia del Tiepolo.

È questa conclusione della vicenda che mi ha fatto scattare un campanello d'allarme logico.


Se davvero era intenzione dell'Aglietti creare un “protomartire”, dal momento che dal tono dei suoi discorsi ben si evince la sua natura di demagogo, perché decise di dare la palma della vittoria proprio all'unica relazione che smentiva la sua tesi?
Soprattutto quando quella relazione proveniva da un nemico giurato della sua fazione e della democrazia in genere?

Gli sarebbe stato facilissimo squalificare l'abate anche solo per il suo abito di prete e per la posizione politicamente reazionaria di cui l'Autore non faceva certo mistero.
E poi Aglietti aveva ben undici relazioni favorevoli alla sua tesi e quell'unica contraria.

Annoterei en passant che il discorso più infuocato su Bajamonte l'Aglietti lo tenne proprio di fronte alla popolazione di Murano. Come vedremo, la podesteria di Murano era stata l'unica a rifiutare l'appoggio richiesto da Pietro Gradenigo contro i congiurati. Esisteva inolre un attrito secolare fra l'Isola e il Palazzo Ducale perché il Governo veneto aveva disatteso alcune promesse fatte ai Muranesi quando sull'isola furono spostate tutte le fornaci. Murano avrebbe dovuto godere di uno status di autonomia amministrativa se non politica che non fu mai attuato.

Se anche la relazione di Tentori fosse da considerarsi veritiera, la scelta di Aglietti non era e non è congruente con lo spirito del demagogo né con quello dell'epoca, dove il culto della verità era appannaggio di ben pochi.

Viene spontaneo dedurre che il vero scopo di Aglietti fosse proprio quello di screditare definitivamente l'idolo antico dei patrioti repubblicani in Venezia e minarne psicologicamente le convinzioni.


Potremmo forse parlare di una versione "ideologica", dedicata all'intelighenzia veneziana di quel "Piano Landrieux" che riuscì a far sgominare l'analoga fazione in Lombardia e nella Terraferma veneta dall'apparato repressivo veneziano.
Grazie al Piano Landrieux Napoleone, al ritorno dal Tirolo, si trovò il campo sgombro da quegli incomodi "idealisti" che erano stati i suoi primi sostenitori e poté trattare con le nuove realtà politiche italiane solo attraverso le figure di arrivisti e voltagabbana accuratamente risparmiate dal Piano Landrieux.
Tale Piano ebbe completo successo grazie al triplo gioco del Landrieux stesso, alla dabbenaggine del Residente Veneto a Milano Vicenti Foscarini e alla pusillanime ignavia del Podestà di Bergamo Alessandro Ottolini. Oltre naturalmente alle connivenze e corruzioni in atto nel Senato e tra i Savi del Consiglio.

Né possiamo dimenticare che gran numero dei Savj oligarchi si riciclò direttamente nel ruolo di demagogo della nuova Municipalità e che fra questi figuravano ancora nomi di Gradenigo, Dolfin, Michiel, Morosini e d'altre famiglie legate ai fautori dell'antica “Serrata”.
Solo rimanendo al patronimico più emblematico, abbiamo in quegli anni:

  • Giuseppe Gradenigo
    Segretario Circospetto (ovvero Segretario di Stato); fu protettore di Giovanni Spada, losco faccendiere e mestatore filo-francese cui aveva paradossalmente affidato incarico di informatore sul diffondersi del giacobinismo in Terraferma; protettore anche di quell'abate Pedrini informatore degli Inquisitori che più volte nelle sue relazioni tessé gli elogi del Lallement (ambasciatore di Francia) del quale era praticamente divenuto cortigiano.
    Giuseppe sarà poi segretario del Comitato per la Finanza della Municipalità Provvisoria di Venezia. Assegnerà allo Spada il compito di revisionare lo stato dei Banchi e della Zecca.
  • Bartolomeo Gradenigo, diretto discendente dell'antico Doge Pietro
    Ricopre varie ambascerie tra cui Francia e Turchia; sposa Maddalena Contarini una delle "Pasionarie" venete(2), più volte censurata e ammonita dagli Inquisitori per la sua condotta libertina. Mentre è incaricato alla Corte di Vienna Bartolomeo modifica l'itinerario della posta diplomatica in modo che essa passi per Udine, dove è vescovo il suo parente Bortolo. È fra i fondatori della loggia massonica di Rio Marin e protettore di Casanova.
  • Bortolo Gradenigo Vescovo di Udine.
  • Bortolo Gradenigo ambasciatore in Spagna.

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Ma lo era, veritiera, la relazione di Tentori? Solo recentemente ho potuto localizzare in GoogleBooks una copia di quell'opuscolo e la sua lettura ha moltiplicato i dubbi e le domande.

La tesi dell'Abate, sulla quale si è poi modellata la versione ufficiale dei fatti giunta fino a noi, vuole attribuire i moventi della congiura ad attriti che si sarebbero verificati tra alcuni esponenti della famiglia Querini e il Gradenigo, soprattutto in merito alla difesa della città di Ferrara assediata dall'esercito pontificio.
Clemente V aveva intimato ai Veneziani di abbandonare quella Piazza, allora sotto il governo militare di Marco Querini, minacciando con le armi e con la scomunica.

In Venezia si crearono due partiti, uno che riteneva Ferrara indifendibile, incline quindi a ubbidire al Papa e uno invece deciso a contrastarlo. La prima fazione faceva capo a Giacomo Querini spalleggiato dai suoi familiari e da esponenti delle Famiglie Tiepolo, d'Oro, Barozzi e Badoer.
Il Doge, con il sostegno dei Morosini, dei Michiel e dei Giustinian, ritenne invece di poter difendere la città dal Po grazie al predominio navale della Serenissima e ordinò la difesa.

La risposta bellicosa causò l'arresto di moltissimi Veneziani in varie parti d'Europa sottomesse al volere pontificio ma infine la guerra aperta fu evitata da Marco Querini che, lasciando la città di Ferrara senza combattere, ristabilì lo stato di pace con la Santa Sede.

La fazione del Gradenigo tacciò pubblicamente di traditore il Marco Querini, ma egli non fu imputato ufficialmente.

Secondo il nostro Abate la mancata imputazione si dovrebbe a un “riguardo” nei confronti del suo “cospicuo Casato” ma questo non è neppure pensabile.
Se vi fosse davvero stato tradimento da parte sua, la Repubblica non avrebbe esitato a punirlo.
Probabile invece che fosse alfine riconosciuta la saggezza del suo comportamento, oppure che non fossero giunte a supporto le navi promesse.

A riprova di questa insostenibilità del “riguardo per il Casato”, abbiamo che in quegli stessi mesi un altro Querini fu imputato e condannato per un reato assai minore, una colluttazione con Marco Morosini.

Si lasciò tuttavia che la calunnia di tradimento circolasse in città e Marco Querini, per quell'infamia, perse la corsa a un posto di Consigliere del Doge in favore di Doimo da Canal. Questa nomina fu ritenuta illegittima dai Querini e dai loro, e si giunse addirittura alle mani in Consiglio con i sostenitori del Doimo.

In quel rovente clima cittadino vi fu appunto lo scontro tra Marco Morosini Signor di Notte e Pietro Querini che si oppose violentemente all'essere da quello perquisito. Pietro fu condannato dalla Quarantia, e dovette pagare la pena.

Secondo il Tentori, dunque, i Querini a questo punto si sentirono sempre più offesi, calunniati e discriminati, maturando l'idea della ribellione armata.
Per motivi che Tentori non spiega, oggetto della loro vendetta però, non sarebbe stato il Morosini né il Doimo ma il Doge stesso.
Dalla pag. 28 de: "Il Vero Carattere Politico...":

Si persuase Marco Quirini essere l'impresa di facile riuscita a cagione dell'odio che il Popolo nutriva contra Pietro Gradenigo innalzato dalli 41 Elettori al trono Ducale, non ostante che fosse dalla Plebe acclamato Giacomo Tiepolo figlio del Doge Lorenzo Tiepolo, non meno che a causa degl'infelici successi dell'ultima guerra con tanto calore, ed ostinatezza sostenuta dal Gradenigo.


Nonostante Marco Querini si sentisse un salvatore della Patria per avere scongiurato la guerra con il Papa, egli sapeva che il suo prestigio in città era stato minato dalle calunnie della fazione avversa e pensò quindi di non guidare la ribellione in prima persona ma sotto l'egida del genero Boemondo Tiepolo, poi divenuto noto come Bajamonte.

Bajamonte Tiepolo era figlio del Doge acclamato ma non eletto Giacomo, nipote e pronipote di due altri Dogi di grande prestigio e gloria, rispettivamente Lorenzo e Giacomo.

Anche verso di lui la Repubblica non aveva avuto riguardi, e qualche anno prima egli aveva dovuto pagare una grossa ammenda per delle irregolarità quando ricopriva la carica di Castellano a Modone e Corone.
Da allora Boemondo evitava il Dogado e preferiva abitare sdegnato nei suoi possedimenti in Istria.
Ciononostante, nel 1302 era stato eletto fra i Consiglieri di Quarantia, titolo assai più cospicuo di quello di Senatore.

Bajamonte, secondo molti dei cronisti citati da Tentori, godeva di grande favore popolare, sia per la gloria dei suoi antenati che per il suo carattere generoso e aperto che per la grande ricchezza di cui disponeva.

Più d'una, fra le citazioni riportate dal nostro Abate, ipotizza che tra le ragioni della rivolta ci fosse non già il rancore personale ma un motivo politico, la volontà di annullare la Serrata e l'Albo d'Oro.
Nicolò Crasso parla apertamente di un conflitto di fazione per motivi politici e non personali, così Francesco Verdizzotti, Raffaele della Torre, Francesco Sansovino.
L'Autore Anonimo del Compendio Storico e Politico dell'Italia, ultimo citato tra le XX fonti prodotte dal Tentori, afferma succintamente che lo scopo della congiura era la morte del Doge e il ristabilimento dell'antica Costituzione.

In molti altri cronisti si afferma invece che intenzione dei congiurati era di instaurare la tirannide e spartirsi il Dominio Veneto. Questa affermazione è però stereotipa, sembra praticamente copiata da cronista a cronista.

Perché l'Abate trascurò del tutto di considerare le prime, formulando il suo giudizio solo sulla base delle seconde? Forse giocò la sua volontà di umiliare i democratici e i repubblicani privandoli di tale e tanto ascendente storico?
O forse la sua sensibilità di Gesuita intuì che la fazione filofrancese avrebbe avuto breve fortuna e preferì mettere la sua opera che rimane comunque, come la "Cronologia", un importantissimo florilegio di antichi documenti, al sicuro sotto la protezione invece della fazione monarchica filo-austriaca?
Questa seconda ipotesi può apparire peregrina ma non a chi abbia avuto modo di osservare nel nostro Abate l'uso di forme ellittiche soprattutto nei primi capitoli della "Cronologia...".


Segue una serie di "scrittori inediti" scovati dal Tentori, tutti concordi nel definire Bajamonte un ribaldo. Ma su questi "scrittori inediti" non può dimenticarsi la tara del loro provenire quasi tutti dalla libreria di Giuseppe Gradenigo, "Cittadino erudito in Santa Sofia"...

L'Abate conclude la disamina delle fonti con la citazione di numerosi testi in latino.
Si tratta di vari documenti che riguardano l'iter delle leggi con cui si veniva ad effettuare la Serrata. Vi si evince che tale provvedimento non fu istantaneo, ma richiese alcuni anni per trovare piena applicazione. Abbiamo infatti un Maggior Consiglio ancora elettivo nel 1298 e lo rimane, pur sottoposto a un sempre maggior controllo e potere della Quarantia, addirittura fino al 1315.

Forse al fine di confondere ulteriormente le acque, sempre in latino seguono le "grazie" concesse ai congiurati sopravvissuti se rispetteranno l'esilio, "commemoriali" che trascrivono i carteggi tra i Veneziani e i Trevisani in merito all'esilio del Tiepolo e "referte" di informatori che riferiscono sui contatti della congiura in Terraferma. Questi documenti non fanno che ripetere la versione del Gradenigo e in essi come è ovvio ci si riferisce ai congiurati come a rei e banditi.

Non manca nemmeno la sentenza di condanna a Bajamonte per alcune irregolarità nella conduzione di Modone.


La lettura e la scelta delle fonti da parte dell'Abate risulta alla fine decisamente capziosa. Ipotizzerei che su questo atteggiamento possa aver pesato il sodalizio e forse l'amicizia con un libellista fazioso e monarchico come Vittorio Barzoni, assieme al quale compose l'opuscolo “Dialogo di Eraclito e Democrito Redivivi”, godibile satira dei tempi della Municipalità Provvisoria.

In altra sua opera riguardante la Storia di Venezia, il Barzoni non esita ad alterare i documenti stessi raccolti dal suo amico Tentori ai fini del suo libellismo antinapoleonico volto soprattutto a nascondere la complessiva responsabilità del Patriziato veneto nel tragico epilogo della Serenissima.

Vittorio Barzoni tra l'altro, nel suo “Rivoluzioni della Repubblica Veneta” (1800) esplicitamente attribuisce al Pietro Gradenigo l'onore di avere avviato la trasformazione di una “tumultuante repubblica” in un governo dinastico ereditario, operazione meritoria che, a suo dire, è interamente compiuta nel XV Secolo.
Dalla prima parte della sua opera, che riguarda le epoche passate, il Barzoni dimentica però di ricordarsi di aver descritto quella “tumultuante repubblica” come l'asso vincente su tutti i tavoli, dalla cultura al commercio, all'industria e finanche alla guerra, quando costretta.
Situazione che nettamente andò a peggiorare, almeno per quel che riguarda il lato bellico, durante e dopo il dogado di Pietro Gradenigo.

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Ora a me sembra che gli screzi personali fossero troppo lieve cosa per mettere in moto addirittura la macchina della sedizione. Tanto più che sia il Tiepolo che i Querini erano famiglie antiche, che hanno sempre dato a Venezia fior di patrioti, prima della congiura e anche nei secoli seguenti.

Molte altre ragioni logiche inducono a pensare che il conflitto fosse d'ordine ben più grave che personale o di prestigio familiare.
Tutte la Famiglie coinvolte, e segnatamente i Querini della Ca' Granda, i Tiepolo i Badoer e i D'Oro erano perfettamente inseriti nei meccanismi economici e politici della Repubblica. Trattandosi di Famiglie antiche, inoltre, nessuna di loro traeva danno dalla Serrata. Anzi questa veniva eventualmente a soddisfare in gran parte le mire loro attribuite dai detrattori, ovvero di spartirsi il Dominio della Repubblica in un regime di oligarchia.
La stessa nomina di Bajamonte a Consigliere di Quarantia, ovvero alla base della scala che lo avrebbe portato nel giro di un paio d'anni a far parte a pieno titolo del ristretto numero degli oligarchi dominanti, sembra essere un tentativo di comperarne il consenso.
Con la rivolta, al contrario, si mettevano a gravissimo rischio ingentissimi capitali mobili e immobili oltre alle stesse vite dei ribelli.

Se davvero come vuol concludere il Tentori, loro scopo era la fine della Repubblica per l'instaurazione della tirannia, come mai lo fecero in così tanti? Se quello era lo scopo del Tiepolo, perché si unì a un uomo impopolare come Marco Querini? Egli aveva il carisma e i mezzi per tentare l'avventura da solo, come si conviene a un tiranno.

Dalla mitezza con cui vennero poi trattati i congiurati sopravvissuti alla sommossa e dal basso numero dei votanti alle risoluzioni contro di loro, si evince che il Doge stesso era consapevole del fatto che la congiura aveva radici estese non solo fra il popolino ma anche fra gli Ottimati. Da qui l'istituzione del Consiglio di Dieci con il compito di scavare a fondo nella nobiltà veneziana alla ricerca dei nostalgici della Repubblica.

Del resto i congiurati e segnatamente Bajamonte, si risero del bando pronunciato contro di loro e continuarono ad abitare la limitrofa Terraferma, sotto attiva protezione di notabili padovani e soprattutto del Comune di Treviso, dove il Tiepolo rimase fino al 1315, prima di ritirarsi definitivamente nei suoi possedimenti in Istria e scomparire tra le nebbie della Storia.

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Vediamo meglio che cosa fu cambiato dalla Serrata del Maggior Consiglio nell'assetto istituzionale Veneziano.

Fino al 1296 l'accesso al Maggior Consiglio era aperto a chiunque fosse da quel Consiglio chiamato a farne parte, per mezzo di vari sistemi di elettori e di sorteggi. L'ammissione al Maggior Consiglio era in sé ammissione alla Nobiltà degli Ottimati. Ovvero si selezionava fra il Popolo chi avesse le doti per guidarlo.
La permanenza in carica era di un solo anno e i Consiglieri si rinnovavano per mezzo di elettori scelti di volta in volta tra gli uscenti.

Si trattava dunque di una Repubblica propriamente intesa, retta da una Aristocrazia di merito che costantemente si rinnovava.
Tale sistema si era difeso strenuamente per molti secoli dai tentativi di instaurare dinastie basate sulla discendenza del sangue simili a quelle dei Regni europei.
Il Popolo e i suoi Ottimati erano stati sempre particolarmente vigili e attenti non esitando ad accecare, allontanare o giustiziare chi tentasse di minare questa conquista civile, unica al mondo.

La prima proposta di mutare questo sistema si deve (secondo il Tentori) al Doge Giovanni Dandolo appoggiato dai tre capi della Quarantia nel mese di Ottobre 1286. La proposta era che si potesse ammettere al M.C. solo chi ne avesse già fatto parte o avesse avuto il padre o altri antenati elevati a quell'onore.
Un secondo capitolo della proposta di legge prevedeva però che il Doge, la Quarantia e il Minor Consiglio potessero chiamare a Consigliere Maggiore chi fra il popolo si mostrasse degno di quell'onore.
La proposta fu rifiutata e il sistema antico proseguì per altri dieci anni.

Eletto Doge Pietro Gradenigo, questi ripropose la parte con insignificanti modifiche il 6 Marzo 1296, ma la legge fu nuovamente rifiutata.
Il dibattito sulla questione, sostenuta dal Doge, dai Capi di Quaranta e dal Minor Consiglio però si protrasse tanto a lungo che si giunse al giorno di San Michele senza che fossero nemmeno nominati i quattro elettori per il nuovo Maggior Consiglio.
Il ritardo fece sì che questi fossero scelti in fretta e furia; essi selezionarono un corpo elettorale non più di 100 membri ma di 210.

Osserverei che con questo aumento del numero di elettori il Gradenigo di fatto allargava la base di un possibile consenso alle sue mire.
Infatti questo nuovo Consiglio approvò finalmente la “Serrata” l'ultimo di Febbraio 1296 M.V. (1297).


Altra cosa degna di nota è che il Maggior Consiglio in quegli anni subì una trasformazione numerica impressionante. Nel 1264 abbiamo 317 eletti, che con piccoli incrementi annuali diventeranno 502 nel 1268. Mancano i dati intermedi ma dopo la Serrata, nel 1310, il numero dei Membri è quasi raddoppiato, giungendo a 900. Tuttavia, quando si trattò di pronunciarsi contro Bajamonte e i suoi, al Consiglio si presentarono solo in 377. Questo fatto convinse Gradenigo della fragilità del suo potere reale e costrinse la punizione dei congiurati in ambito più simbolico che reale.

Il Popolo tentò una ribellione a questa svolta che lo estrometteva completamente dal potere nel 1299 sotto il comando di Marin Bocconio. I ribelli furono però traditi e i dodici capi, con il Bocconio stesso, vennero impiccati nel 1300.

È possibile che questo tragico epilogo rendesse molto più prudenti gli altri sostenitori della Repubblica e che questi si dedicassero a un lungo lavoro sotterraneo prima di ritentare di scalzare la nuova oligarchia.
Nel frattempo avrebbero mascherato la loro ostilità sotto quei pretesti di rivalità personale che l'oligarchia stessa era ben disposta a tollerare.

Ma il lavoro ci fu, perché quando scoccò ancora l'ora fatale della rivolta nel 1310, se non furono in pochi a partecipare attivamente, furono moltissimi che rifiutarono di schierarsi apertamente contro i congiurati e a favore degli oligarchi.


Il Tentori e molti dei cronisti, per non parlare del già accennato Barzoni, inneggiano ai provvedimenti presi dal Gradenigo sia con la Serrata che con la repressione. A loro dire Venezia correva grande pericolo col rimanere nello stato di vera Repubblica aristocratica in cui si trovava.
Essi vedevano in quel modo di governarsi i pericolosi semi della democrazia e dell'anarchia, ma nessuno di loro porta argomento o esempio alcuno a sostegno di quella teoria.

Solo raccontano che ogni anno vi era gran numero di cittadini che premevano per l'onore e l'onere di entrare in Consiglio, e la Serrata sarebbe stata effettuata per porre rimedio a questa situazione.
Tentori esplicitamente sostiene che in questo affollamento di richieste si celasse il pericolo di cadere in una democrazia anarchica, ma a sua volta non porta alcun argomento a suffragio.

A contraddire questo coro di sostenitori del potere dinastico, vi è innanzittutto l'innegabile fatto che il sistema di governo repubblicano aveva prodotto per alcuni secoli il rafforzamento, l'espansione e la crescita del prestigio di Venezia.

Ritengo personalmente che in tale entusiasmo dei Cittadini per la partecipazione al Governo si deva leggere la vitalità repubblicana che animava le coscienze, soprattutto tenuto conto del fatto che a quei tempi gli incarichi erano tutti senza corresponsione di denaro e spesso richiedevano invece che fosse il cittadino a spendere di suo per il lustro della carica.

Abbiamo inoltre il parere non già di un cronista più o meno credibile, ma di un prestigioso uomo politico del '500, Donato Giannotti.

Nel suo “Libro de la Ripublica de Vinitiani” (1520 circa), Donato Giannotti, incaricato dalla Repubblica di Firenze di studiare nel dettaglio le strutture di governo della Serenissima dopo l'esegesi tracciata da Guicciardini nel suo “Dialogo del Reggimento di Firenze”, attribuisce alla “Serrata” un valore addirittura epocale nella storia di Venezia.

Egli vi distingue tre ere: quella prima dei consoli, dei tribuni e dei dogi, quella seconda a cominciare dall'istituzione del Maggior Consiglio e infine la terza e ultima, inaugurata appunto dal Gradenigo con la sua Serrata.

Il Giannotti, nonostante le accurate ricerche negli archivi pubblici e privati, sostiene di non aver trovato alcuna ragione politica o sociale che dovesse portare alla Serrata, cioè alla modifica in senso oligarchico della struttura elettiva annuale del Maggior Consiglio.
Egli ritiene di poter solo congetturare in merito alle cause, e una delle sue congetture si punta sull'avidità e la sete di potere della fazione dei Gradenigo.

Ritengo l'opinione del Giannotti particolarmente significativa, poiché non si tratta con lui di un comune umanista, ma di un uomo politico cresciuto col Guicciardini e il Del Nero alla scuola di Marsilio Ficino. Uomo che fece della sua esistenza intera paradigma della dedizione alla politica e agli ideali repubblicani.

Dal Giannotti (pag. 67) apprendiamo che secondo le sue ricerche l'ultimo Doge a essere eletto con suffragio popolare diretto fu Sebastiano Ziani ma che fu il Pietro Gradenigo a por fine anche alla formale approvazione popolare del Doge eletto. Da lui in poi il Doge viene presentato al popolo dal loggiato di San Marco senza pronunciare la famosa frase “Questo è il nuovo Doge, se vi piace”.

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Possiamo ancora verificare alcune "stranezze" nella versione ufficiale di quei lontani eventi.

Prima fra tutte, perché la congiura prese il nome di Bajamonte invece che quello di Marco Querini che ne fu il vero suscitatore oltre che il primo "martire", mentre Bajamonte a rigore fu poco più che una comparsa a soggetto, su richiesta appunto del suocero Querini?
Inoltre, sempre per restare a Bajamonte, perché gli fu cambiato in questo il suo proprio nome di Boemondo?

La risposta a entrambe è secondo me da ricercarsi nella volontà di colpire l'immaginario popolare con una figura in cui fosse plausibile ravvisare il tiranno.

Marco Querini era un nome troppo comune e compassato, appartenente a una grande casa mercantile. Boemondo d'altro canto era stato il nome più diffuso fra i re cristiani d'Oltremare ed è storicamente avvolto da un'aura di pietas cristiana.

Bajamonte al contrario è un nome altisonante, che potrebbe ben figurare addosso a un bravo, a un condottiero, a un uomo di potere arrogante e imperioso. Boemondo inoltre è figlio di Dogi preclari e risulta più semplice attaccargli l'etichetta di aspirante tiranno per diritto ereditario.

Ma lo svolgimento dei fatti dimostra che gli uomini che veramente il Gradenigo temeva erano i Querini e i Badoer, che furono infatti subito uccisi.

Per Bajamonte si traccheggiò a lungo a colpi di messi e legati all'Assemblea dei Trecento di Treviso che attivamente protesse il Boemondo durante ben cinque anni, per poi lasciarlo andare libero senza che da Venezia fosse effettuata alcuna azione veramente incisiva nei confronti del reo.

La condanna stessa pronunciata contro di lui e i compagni che con lui si erano messi in salvo era stata ridicolmente mite rispetto alla capitale gravità del reato: quattro anni di soggiorno obbligato in vari luoghi della Terraferma. Solo per Paolo Querini figlio di Marco la pena in contumacia era più grave, sempre quattro anni di confino ma a Tunisi. Solo se i condannati avessero trasgredito a questi esili, sarebbe per loro scattata l'imputazione di tradimento. Trasgredirono tutti, Bajamonte in testa, limitandosi a trasferirsi a Mestre e Treviso ma l'imputazione capitale non scattò mai.

Tale sentenza era stata del resto pronunciata da un M.C. cui mancava il numero legale, essendosi la maggior parte dei consiglieri astenuti dal partecipare a quella riunione, cosa che il Tiepolo lesse come un appoggio nei suoi confronti e lo confortò nella decisione di non obbedire.

Se il basso numero di partecipanti al dibattito sulla questione rinfrancò i congiurati (su 900 nobili se ne presentarono solo 377), non mancò di preoccupare il Gradenigo e i suoi, che ritennero di prendere misure drastiche non già contro il Tiepolo ma contro i suoi beni. Le sue proprietà in città furono rase al suolo e furono posti cippi e colonne d'infamia.

Le proprietà di Marco Querini furono invece confiscate e la loro casa in Rialto fu convertita in pubblico macello. Si stabilì che il giorno di San Vito fosse celebrato in perpetuo con partecipazione della Signoria ai riti nella chiesa di San Vito e Modesto, che si sarebbe addobbata per l'occasione a spese dello Stato. Fu premiata la vecchia che aveva lanciato il mortaio sull'alfiere e la signoria si arrogò il potere di prendere ogni misura reputasse necessaria per estirpare le radici della congiura ed evitarne di future.

Ma furono tutte misure di ordine emblematico, atte a colpire in effige e non in corpore vili. Non vi fu bando capitale né incitamento all'omicidio libero come avveniva solitamente con chi era dichiarato nemico contumace della Repubblica. Non vi fu promessa di liberare condannati per allettare i criminali abituali a farsi sicari del reo.

Ancora, in quasi tutte le cronache citate dall'Abate Bajamonte viene descritto come persona generosa e molto amata dal popolo. Nel racconto di Tentori egli diviene misteriosamente persona altera, scostante e autoritaria.

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Vi è poi la ricostruzione degli eventi di quella tragica giornata del 15 Giugno 1310.
Mancando gran parte delle date di estensione delle cronache, non sono riuscito ad appurare quale sia l'originale ma esse sembrano tutte copiate da uno stesso modello, forse quello esteso da Giorgio Dolfin (1396-1458), che non fa mistero di voler mettere in luce il fondamentale contributo della sua Famiglia nell'avere sventato la congiura. Sono inoltre firmate in prevalenza da membri delle famiglie della fazione Gradenigo: Giustinian, Morosini, Dolfin...

La ricostruzione presenta molte incongruenze.

Il primo a giungere in Piazza fu il Querini con i suoi, essendosi Bajamonte "attardato" a saccheggiare la cassa degli "Ufficiali al Formento". Perché mai un uomo che si prefiggeva di impadronirsi delle intere finanze di Venezia avrebbe messo in pericolo il suo piano con il saccheggiare un ufficio periferico è cosa che solo i cronisti potrebbero spiegare, ma nessuno di loro si pone il problema.
A ogni modo Marco Querini non si attardò: ciononostante quando vi giunse la Piazza era già presidiata dagli uomini di Gradenigo che lo uccisero assieme al figlio Benedetto e a molti altri.

Badoero Badoer fu intercettato alla foce del Brenta da Ugolino Giustinian Podestà di Chioggia e decapitato per direttissima appena tre giorni dopo. I suoi accoliti vennero invece impiccati con la medesima urgenza.

Questi due episodi dimostrano che i congiurati erano attesi con largo anticipo, non sarebbero infatti state sufficienti le poche ore di ritardo di Bajamonte, ad allertare i presidi di Chioggia e Torcello che risposero all'appello di Gradenigo.

Il Podestà di Murano al contrario rifiutò di soccorrere il Doge.

Tutte le cronache ripetono lo stesso ritornello, che quando Bajamonte raggiunse le Mercerie dell'Orologio si scatenò un gran turbine di vento e pioggia che disperse i suoi uomini. La circostanza non appare credibile, e sembra inserita per suggerire una specie di disapprovazione Celeste all'azione dei rivoltosi.

Come infatti pensare che uomini armati, decisi ormai a tutto, abituati ad affrontare le tempeste in mare aperto, si facciano disperdere da un turbine di vento al riparo delle strette calli di Venezia?

Nell'episodio della "vecchia col mortaio" che avrebbe abbattuto il portabandiera di Bajamonte lanciandogli un mortaio di pietra, la versione della stessa vecchia fu che l'atto non sarebbe stato volontario ma causato dallo spavento. La vecchia stava macinando la farina quando fu sorpresa dal rumore del tumulto. Affacciatasi per la curiosità con il mortaio ancora in mano, questo le sarebbe sfuggito per la sorpresa di quel che vedeva.

Se Bajamonte fosse stato animato da una personale sete di potere, sarebbe stato logico che il suo alfiere portasse lo stendardo con le insegne della sua casata. La bandiera dell'alfiere abbattuto dal mortaio portava invece una scritta: "Libertas".

E ancora, le cronache raccontano che i congiurati nella Merceria sarebbero stati bersagliati dalle finestre con un "fitto lancio di grosse pietre". Se non che a Venezia sono molto rare le pietre anche piccole come i sassi. Ben lo so come bambino che amava tirare con la fionda... L'evento è impossibile a meno ché la gente si fosse messa a demolire i muri delle case per procurarsi i proiettili.

Faccio infine presente che la lapide in marmo raffigurante la "vecja col morter" (Giustina o forse Lucia Rossi) che fa bella mostra di sé sulla casa che si suppone da questa abitata nonché il tassello di marmo inserito nel selciato nel punto in cui sarebbe caduto l'alfiere di Bajamonte, riportante la semplice data "XV . VI . MCCCX" non risalgono affatto come generalmente si pensa, all'epoca dei fatti.
I due manufatti furono fatti scolpire nel 1861 allo scultore A. Lovandini da Elia Vivante Mussati, di Mosè da Corfù. Elia Vivante aveva acquistato l'affitto di quella casa nel 1841 da Giovanni Battista Colferai di Asolo, che era riuscito a concentrare nelle proprie mani le quote di diritto disperse dalle successive eredità dell'originale usufruttuaria.

Non mi è chiaro perché il nuovo proprietario decise di apporre quelle lapidi; forse fu una operazione commerciale per aumentare il valore dell'immobile, ma non possiamo dimenticare che la famiglia Vivante aveva ricoperto un ruolo determinante nella prima campagna d'Italia di Napoleone e nella caduta di Venezia dallo stato di Repubblica (vedi "Trattato di Sant'Eufemia" e "Raccolta Cronologico Ragionata...").

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In conclusione, mio caro Abate Tentori, pur manifestandole la più sincera gratitudine per il suo lavoro di collazione documentale, sono costretto ancora una volta a sbugiardare i "Corollari" con cui lei ama chiosare le sue raccolte.
Quelli apposti a "Il vero carattere politico di Baiamonte Tiepolo..." risultano falsi e incongruenti non solo e non tanto rispetto alle fonti da me integrate, alle osservazioni logiche e al buon senso comune. Le sue conclusioni risultano arbitrarie e ingiustificate rispetto alle stesse fonti da lei citate pur senza esercitare il necessario discernimento sulla loro attendibilità.
Nel caso del Giannotti lei ha persino deliberatamente avulso dal contesto il discorso dell'uomo politico, omettendo la parte in cui quello contrastava con i suoi preconcetti.

Si tratta di fatti molto remoti in merito ai quali la documentazione è scarsa e lacunosa, tuttavia gli effetti di quei lontani eventi hanno avuto influenza di lunghissima durata sulla nostra antica Repubblica ed è assai probabile che l'instaurazione di un potere dinastico sul corpo repubblicano di Venezia sia stato uno dei fattori determinanti nella sua progressiva corruzione e caduta.

Estromesso infatti il popolo da una attiva partecipazione al governo, quello sempre più si allontanò anche dalla coscienza e dall'impegno politico che avevano fatto di Venezia una potenza senza precedenti.
L'oligarchia continuò a poter cavalcare le solide strutture della Repubblica per alcuni secoli ma con sempre maggiori sofferenze e conflitti.

Mentre il popolo si invigliacchiva verso lo stato di sudditanza, il Patriziato si imbolsì, a sua volta sempre più emarginato da responsabilità e potere che si andavano accentrando in sempre più ristrette mani.
La classe dirigente oligarchica stessa seguì il destino di decadimento organico tipico dei poteri dinastici, fino a ridursi da scelta compagine di uomini politici e di guerrieri a quel coacervo di arrivisti e di affaristi ben più che spregiudicati che caratterizzerà soprattutto la seconda metà del XVIII Secolo.

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Marco Querini, Badoero Badoer, Boemondo Tiepolo e i loro compagni appaiono dunque con assai maggiori probabilità come dei veri patrioti dello spirito originario di Venezia che come dei mestatori, qualifica che sembra invece spettare al Pietro Gradenigo e ai suoi, loro sì impregnati dell'arroganza e della meschina avidità che sempre costituiscono minaccia alle Repubbliche.

Umberto Sartori


Note

Nota 1 - Bene per noi che obbedì a quel comando perché durante la sua ricerca sul Tiepolo, in quegli Archivi segreti “spalancati dalla furia democratica”, si imbatté in una filza di documenti diplomatici contenente centinaia di dispacci che la Signoria aveva tenuto nascosti al Senato già a partire da una ventina d'anni prima del patatrac veneziano.

Tentori si assunse l'onere di copiare integralmente i più importanti e di cercare di inquadrare questa manovra occulta dei Savi del Consiglio nella complessità delle vicende che portarono alla caduta di Venezia.

Non riuscì nell'intento, ma regalò ai posteri un filo conduttore di documenti che ha permesso a me, due secoli più tardi, di ricostruire documentalmente e comprendere non solo quelle vicende, ma anche più in generale gli eventi internazionali di quell'epoca e i successivi, a partire dalla cosiddetta “Rivoluzione Francese”, i cui prodromi e la cui vera natura sono così ben tratteggiati nelle relazioni dell'allora Ambasciatore a Parigi, Antonio Cappello; relazioni di cui il Senato Veneziano fu tenuto rigorosamente all'oscuro.
A questa ricostruzione ho dedicato l'opera più ponderosa della nostra biblioteca e a quelle pagine rimando chi voglia approfondire l'argomento.

Nota 2 - Ho assegnato questo tiolo anacronistico di "Pasionarie" a un gruppo di donne che furono molto attive durante la seconda metà del Settecento nel promuovere "le nuove idee d'Oltralpe", ovvero i filosofi francesi come Helvetius, Voltaire Rousseau &C..
Esse attuarono una vasta opera di irretimento culturale e demagogico sulla gioventù veneziana per mezzo dei loro salotti alla moda e dei loro liberi costumi.

Attorno alla decana Fiorenza Ravagnin, editrice "femminista" attiva dai primi decenni del XVIII secolo fino alla fine, ruotarono con maggiore o minore importanza Giustina Renier Michiel, Marina Querini Benzon, Isabella Teotochi Albrizzi, Maddalena Contarini (moglie del Bailo Bartolomeo Gradenigo) e forse altre di cui non ho trovato notizia.

Particolare rilievo assunse la più equivoca e malfamata di loro, Caterina Dolfin, meglio nota come "la Dolfina" o "la Trona".

Questa donna avida, vendicativa e intrigante, degna discepola dell'Helvetius si direbbe, riuscì ad accalappiare uno degli uomini più potenti dell'oligarchia veneziana, Andrea Tron.
Fatto annullare il proprio precedente matrimonio sposò appunto il Tron, del quale divenne la cocchiera soprattutto nei fatti relativi alla soppressione, requisizione e vendita all'incanto dei beni ecclesiastici di conventi e ordini monastici.

Essa non si limitò ad affiancare il marito nei suoi loschi peculati: fu anche diretta protagonista dell'ultimo grande attacco portato alla "guardia repubblicana" di Venezia, riuscendo dopo inenarrabili persecuzioni pubbliche a far bandire capitalmente l'integerrimo Segretario Circospetto Pietro Antonio Gratarol.
Ritengo assai probabile che fosse coinvolta anche nell'aver fatto sistematicamente destinare a missioni estere un altro funzionario incorrotto, il Circospetto Colombo e nella capitolazione morale di altri funzionari, come il Cavalli, che non accettavano di buon grado il piegarsi alle malversazioni del Tron, del Manin, del Renier e più in generale della massa di corrotti che già allora usurpava i seggi dei più nobili magistrati veneziani.

Dopo la terribile vicenda del Gratarol, cui spero di poter dedicare apposita pubblicazione, non vi fu più nessuno che osasse nell'apparato repubblicano opporsi agli oligarchi usurpatori e questi ebbero via libera per costruire quei giochi che vent'anni dopo avrebbero consegnato inerme la Serenissima all'orda napoleonica.


 

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Edizione HTML a cura di Umberto Sartori