Storia di Venezia

Pagina pubblicata 25 Giugno 2014

Cristoforo Tentori, Raccolta Cronologico Ragionata
di Documenti Inediti che Formano la Storia Diplomatica
della Rivoluzione e Caduta della Repubblica di Venezia, 1799, XXXII - B

INDICE || Tomo Primo 1788-1796 || Tomo Secondo 1796-1797

   

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Appendice "B" alla Pubblicazione XXXII di:
"Raccolta Cronologico Ragionata di Documenti Inediti che Formano
la Storia Diplomatica della Rivoluzione e Caduta della Repubblica di Venezia"

Descrizione dei mesi di guerra tra Novembre 1796 e Gennaio 1797
secondo il racconto di Édouard Gachot in "Histoire Militaire de Massena" (pdf, 12 mb) , Capitoli IX - XI.

Dalla Discesa di Alvinzy alla Battaglia di Arcole | La Tregua | Rivoli | Osservazioni e illustrazioni su Rivoli

Storia di Venezia - I luoghi salienti della battaglia di Arcole

I luoghi salienti della battaglia di Arcole (courtesy of Google Earth). Clic per ingrandire | Clic per vedere questi luoghi in Google Earth

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Dalla Discesa di Alvinzy alla Battaglia di Arcole

Sul testo di Édouard Gachot "Histoire Militaire de Massena", conviene riprendere la narrazione dall'offensiva austriaca dei primi di Novembre, poiché egli la narra con molta maggior dovizia di dettagli di quanto abbiamo fatto col Tentori nella Pubblicazione XXIX.
Dettagli che portano nuovi e più certi elementi alle mie ipotesi lì formulate.

Partiremo dunque dal Capitolo IX della "Histoire Militaire de Massena", intitolato "Marche d'Alvinzy", a pagina 189.

Il racconto di Gachot è tale da chiarire nel dettaglio i movimenti delle truppe non solo in occasione degli scontri svoltisi tra il 3 e il 17 Novembre 1796, che culmineranno nella "Battaglia di Arcole" (15- 17 Novembre), ma anche alcuni eventi del periodo di tregua (sul quale il Tentori non ci fornisce notizie) prima di quelli successivi, che culmineranno a loro volta nella "Battaglia di Rivoli" (6-17 Gennaio 1797), oggetto della Pubblicazione XXXII.

Gachot inizia presentandoci il Generale Alvinzy (1), che viene a prendere il posto di Wurmser, asserragliato in Mantova, al comando dell'offensiva austriaca.

Egli è un Ufficiale della vecchia scuola, valoroso e tenace, che aveva guadagnato i suoi gradi nelle battaglie contro i Turchi. Il suo capo di Stato Maggiore è Weyrother, che Gachot definisce sbrigativamente come "scienziato".

Alvinzy dispone, secondo Gachot, di un corpo di 50.000 uomini ammassato in Tirolo e nel Friuli.

20.000 combattenti sono agli ordini del Davidowich, che attaccando da Nord caccerà Vaubois da Trento. Il rimanente è diviso in due colonne che attaccano da Est, una delle quali, al comando di Provera, attaccherà Augereau a Sud in direzione di Legnago-Mantova, mentre l'altra, guidata dall'Alvinzy stesso, attaccherà Massena in Bassano.

Gachot segue e descrive solo le operazioni in cui è coinvolta la Divisione Massena, quindi per quanto accade attorno a Mantova, rimando alla descrizione in Pubblicazione XXIX e all'Appendice "A" di questa stessa XXXII.

Il servizio di spionaggio di Massena lo informa delle intenzioni del nemico, e il Generale francese fugge nella notte tra il 3 e il 4 Novembre 1796 da Bassano, ritirandosi a scaglioni senza combattere fino a otto chilometri da Vicenza, dove si ferma alla notizia che Augereau è giunto a Montebello (Ecco raggiunto il primo scopo degli Austriaci secondo le mie ipotesi in Pubblicazione XXIX, alleviare il peso su Mantova. Lì si trovava infatti Augereau prima di spostarsi a Montebello.

Rassicurato da questa forza alle spalle, Massena la sera del 5 Novembre reinvia squadroni della retroguardia ad attaccare gli Austriaci, che stanno fortificando le loro posizioni tra il Colle di Grado a Bassano e la Brenta.

Il primo contatto avviene all'alba del 6 Novembre.

Gli avamposti Austriaci cedono subito, ma Liptay rapidamente effettua uno schieramento più arretrato che arresta l'urto della Brigata francese.

Provera, sulla destra, resta fermo fino a quando i Francesi lanciano in battaglia due demi-brigade del 18mo di fanteria, poi sopraffà la cavalleria francese che era scesa sul letto del fiume.
Arresta anche la fanteria che, rimasta senza munizioni, combatte per tre ore alla baionetta e viene decimata.

Menard, che comandava l'azione, resta ferito assieme a due Aiutanti Generali e a un ufficiale di nome Reille.

I due schieramenti si fronteggiano nella notte, ma all'alba i Francesi devono ripiegare per difendere dagli attacchi degli Ulani Austriaci un lungo convoglio di feriti che si incammina verso Vicenza.

La Divisione di Massena, esausta, si scagliona attorno a Vago e copre Verona. Noto che questa ritirata li porta ben lontani dal fronte.

Se Davidowich, che nel frattempo aveva cacciato la Divisione Vaubois da Trento e insidiava con le sue truppe La Corona, si fosse riunito ad Alvinzy, la sorte d'Italia sarebbe passata nelle mani degli Austriaci.

Napoleone teme questa evenienza: incarica Massena di confortare Vaubois che è demoralizzato e di fargli sbarrare la linea tra Rivoli e il Garda, il che viene prontamente eseguito. Massena rientra alla sua Divisione, acquartierata nel frattempo a San Martino, la sera dell'undici Novembre.

Il 12 riceve l'ordine di assaltare le formidabili linee Austriache attestate fra Caldiero e Colognola ai Colli.

Alvinzy ha schierato su quei primi contrafforti collinari Hoenzollern con 8000 uomini e la Brigata Sticker con 16 cannoni. Forma una linea di fanteria molto profonda che si estende da Caldiero (ala sinistra) a Stra (centro) a "Monte Zovo" (ala destra).
Il nome "Monte Zovo" è presumibilmente un errore del Gachot, in quanto Monte Zovo si trova in tutt'altra zona del Veronese, nei pressi di Caprino. Lui stesso in seguito chiamerà i luoghi dell'ala destra austriaca "Colognola ai Colli".

Hoenzollern ha un ulteriore corpo di riserva a Villanova.

Alle sette di mattina del 12 Novembre, i Francesi attaccano Colognola e Caldiero. Le prime linee austriache cedono e i Francesi della 1a Divisione cominciano a salire i colli.

Una tempesta di neve però li ferma fino alle quattro del pomeriggio, ora in cui arrivano sul campo di battaglia le Brigate austriache di riserva, comandate da Brabeck, Schuborz e Provera.

Massena viene sconfitto e si ritira abbandonando sul campo 950 uomini morti o feriti, 800 prigionieri e due pezzi di cannone.

Anche Augereau è costretto a ritirarsi (anche se non è specificato da dove, possiamo immaginare che fosse lui ad assaltare l'ala sinistra austriaca a Caldiero).

Arretra ulteriormente, sul fronte a Nord, anche Vaubois, che praticamente porta i suoi uomini a Verona, allarmando Kilmaine e Sahuguet che tengono adesso quella Piazza, secondo Gachot, con 3000 uomini.

Napoleone a questo punto "fingerebbe" una ritirata a Ovest, e fa muovere il 14 Novembre 1796 alle 11 di sera, le Divisioni di Massena e di Augereau verso Milano.
Queste invece piegano bruscamente a sinistra all'altezza di Ronco, per assalire il fianco di Alvinzy.

L'Austriaco, per ragioni non chiarite, aveva rinunciato a forzare la Piazza di Verona, pur minacciandola.

Gachot ci informa che egli concentrò le sue forze in direzione di Villanova e Mantova, ma dobbiamo leggere questa frase come un "divise" le sue forze in due direzioni, dato che le due località sono molto distanti tra loro e in direzioni molto divergenti.
Villanova, in particolare, a ridosso di Verona, era già in mano sua, egli quindi distrasse un suo contingente, la cui consistenza non è ancora specificata, inviandolo da Nord a Sud verso Mantova.

Traversando il fiume Adige a Ronco, i Francesi si venivano a porre in condizione di attaccare Alvinzy, o almeno le truppe che questi aveva lasciato nella zona a Est di Verona, sul fianco.

Gachot descrive questo nuovo campo di battaglia, che chiama "di Arcole", in base a un suo sopralluogo svolto il 19 Maggio 1900.

Il campo si allarga tra il fiume Adige e la vecchia strada da Montebello a Porto-Legnago.
Verso Albaredo, il terreno è alberato, piatto e paludoso. Ci sono alberi anche a Ovest, fino al terrapieno dell'argine presso il ponte, che domina, per l'altezza delle rive, il terreno circostante.
A destra del terrapieno, una marcita lunga 400 metri e larga, da Ovest a Est, 200, che impedisce ogni schieramento di truppe.
A sinistra invece vi è un terreno assai più solido, attraversato dalla strada vicinale che conduce verso la torre Campanaria di San Bonifacio.

Attraversati dei tratti paludosi, bisogna salire l'argine dell'Alpone, alto un metro e spesso dieci, per recarsi direttamente da Ronco al ponte di Arcole.

L'Alpone, da Monteforte ad Albaredo, scorre molto profondo con una larghezza di 15 metri tra argini che lo sorpassano di otto sui lati che guardano il fiume. Gli argini hanno uno spessore pari alla larghezza dell'alzaia, e divennero trincee per i tiratori degli opposti Eserciti, che per molte ore li arrossarono col proprio sangue.

Il ponte di Arcole sull'Alpone era di legno, e senza parapetti. Esso distava 150 metri dall'abitato di Arcole col suo castello, ma a destra di questa strada bordata di alberi e siepi, da alcune basse case, soldati croati al servizio dell'Austria investivano con un fuoco micidiale gli assalitori che si avvicinavano al ponte.

Gachot coglie questa occasione, a pag. 192, per definire in una nota del tutto leggendario l'episodio di Napoleone che avrebbe raccolto un vessillo e attraversato il ponte di slancio trascinando i suoi soldati.
L'idea di questa icona, propagandata a mezzo di un quadro di Legros realizzato a Milano nel Palazzo Serbelloni a Febbraio 1797, sarebbe stata suggerita al pittore da Giuseppina Beauharnais.

Sia a Nord verso Villanova, che a Sud verso Porto Legnago, le terre paludose attorno ad Arcole sono intrecciate di dighe e di risaie scavate attorno alle case, le quali sono quasi sempre nascoste in piccoli gruppi d'alberi. Non vi si potevano fare che piccole manovre con la cavalleria e l'artiglieria. Era un terreno che si prestava ovunque a delle imboscate.

Alvinzy, preavvisato dell'attacco, aveva disposto in avanguardia su questi terreni la Brigata Mitrowsky, e i Corpi di Provera, Sicker e Schubirz a sostegno. Intanto, la Divisione Hollenzollern sorvegliava il campo trincerato di Verona dalle alture di Vago e di San Martino.

Nella notte tra il 14 e il 15 Novembre, il francese Andréossy, secondo Gachot, aveva gettato un ponte di barche di fronte a Ronco. Sfugge però come avesse potuto, dal momento che i Francesi non disponevano ancora dei pontoni necessari; vedremo poi che il ponte era probabilmente stato costruito, assieme ad altri due, dal Genio Austriaco.

La 51ma demi-brigade agli ordini del Generale Robert lo aveva attraversato respingendo un battaglione della Divisione Brigido, che si andò a rifugiare in Arcole.

Quindi il ponte fu attraversato il 15 Novembre anche da Augereau con altre due demi-brigade di Fanteria (5a leggera e 4a da battaglia), seguite (o forse piuttosto "spinte", come vedremo) dalla 18ma di Massena, che cacciarono i nemici (battaglioni Croati) dalla palude della Zerpa e dai boschi tra l'Adige e l'Alpone.

Ma al ponte di Arcole la 5a, già affaticata, viene spazzata via in un attacco, mentre il 3o Battaglione della 51ma divisione attraversava l'Alpone su delle tavole, entrava in Arcole e vi incendiava 6 case.

La reazione Austriaca allontana questi soldati da Arcole, nonostante l'eroismo di Lannes e l'arrivo di due battaglioni di rinforzo. Il contrattacco getta questi assalitori nel panico e i Francesi si ammutinano abbandonando i Generali.

Nel frattempo, i corpi speciali di Massena hanno attraversato a ritroso l'Adige a Ronco e poi di nuovo su un altro ponte posto ad Albaredo, formando due cordoni sugli argini sinistro dell'Adige e destro dell'Alpone.

Bonaparte arriva sul posto alle quattro del pomeriggio del 15 Novembre.

Abituato a riorganizzare truppe in rotta confusa e a vincere comunque, egli forma due colonne d'attacco con le truppe di Augereau, e le avvia verso il ponte sull'Alpone al suono della musica.

I Croati, che hanno ricevuto rinforzi, rovesciano su queste colonne un fuoco avvolgente.

"La morte partiva senza sosta da quelle case fortificate e dalle trincee scavate in fretta; il coraggio nulla poteva contro il piombo degli Austriaci". (Bulletin de la Guerre. Arch. d'Etat de Venise, Carton F 1 bis).

I Francesi si piegano ancora sotto questo fuoco.
Inutilmente Napoleone e il suo Stato Maggiore tentano di riportare i soldati sugli argini.

In 500 si nascondono dietro le rive; numerose compagnie sono in fuga precipitosa dai terrapieni. Napoleone viene travolto e spinto in una marcita da quelli che voleva trattenere. Il suo cavallo affonda nella mota e scompare.

Napoleone stesso sarebbe morto, se non fossero accorsi ad aiutarlo Marmont e altri ufficiali.

Questi coraggiosi, riorganizzatisi attorno a Balliard, impediranno anche che il Bonaparte venga fatto prigioniero, dal momento che i Croati si reimpadronivano in massa dell'argine.

Non fu possibile fermare i fuggiaschi che oltre l'Adige.

Poi venne la notte e cadde un nevischio ghiacciato a macchiare di bianco la vegetazione selvatica, che frustava il volto dei vinti, aggiungendo la morsa del freddo alle urla dei feriti abbandonati nella palude.

Nel frattempo però, alle sette di sera del 15 il Francese Guieu con due Compagnie (uomini di Massena secondo il rapporto di Solignac che vedremo) aveva ripreso Arcole, facendone fuggire il Corpo di Brigido fino a San Bonifacio.
Da altra fonte ("Rapports historiques des régiments de l'armée d'Italie pendant la campagne de 1796-1797", publ. par G. Fabry,... ; publ. sous la dir. de la Section historique de l'état-major de l'armée, ed. Chapelot (Paris), 1905) si conferma che i Francesi avevano gettato altri ponti di barche sull'Adige, a valle della confluenza con l'Alpone (più precisamente possiamo dire che si erano impadroniti di ponti austriaci), e attaccavano Arcole anche da Sud.

Non trovando però traccia dei soldati di Augereau da quella parte dell'Alpone, e non vedendo fuochi nella palude della Zerpa, dopo avere appreso dai feriti della fuga francese oltre l'Adige, Guieu temette di venire accerchiato e abbandonò a sua volta Arcole per Albaredo, a Sud, dove aveva passato l'Adige. Arcole fu rioccupata da Mitrowski incruentemente alle 5 di mattina del 16 Novembre 1796. Secondo Sigognac, Guieu ricevette l'ordine di ripiegare da Napoleone.

Prima dell'alba di quello stesso 16, però, Napoleone fa riattraversare l'Adige ad Augereau e Guieu.

A destra, Augereau occupa una diga sull'Alpone e ingaggia due colonne di Austriaci schierate a sinistra del grande argine, ma cinque minuti dopo, prima di arrivare al ponte di Arcole, vede la 5a leggera e la 4a da battaglia ripiegare sotto il fuoco dei granatieri di Miloradowich, scaglionati lungo la riva sinistra. Tenta un movimento avvolgente all'imboccatura dell'Alpone, ma fallisce. La pioggia rende i terreni pressocché impraticabili.

Il 15mo Dragoni non riesce a riempire il corso d'acqua che dovrebbe attraversare a cavallo con della ramaglia. Vial alla fine trova un guado, ma i suoi soldati si rifiutano di seguirlo nell'acqua gelida.

Alla sera del 16, dopo numerosi combattimenti mortiferi, le truppe francesi si ritirano nuovamente a Ronco, molto diminuite, stanche, affamate e prossime a disertare per disperazione.

Bonaparte elabora un terzo piano, che comunica ai suoi Generali alle dieci di sera del 16 Novembre 1796 (pagina 197).

  • Il 17 Novembre, Augereau ammasserà i suoi sulla foce dell'Alpone e sloggerà il nemico dai dintorni di Albaredo.
  • Una truppa giunta da Verona farà guardia ai boschi tra la diga di Arcole e l'Adige.
  • Al centro, un gruppo di tamburi e corni farà un concerto molto rumoroso.
  • Massena terrà la sinistra di questo fronte.

Anche qui, come a Loano, gli uomini di Alvinzy, secondo Gachot, si fanno trarre in inganno, e credendosi assaliti da una intera Divisione per via del fracasso di tamburi e corni scappano,(in diecimila, sempre secondo Gachot), a rifugiarsi in San Bonifacio, Villanova e Montebello.

Gachot elenca le perdite francesi nelle battaglie tra il 15 e il 17 Novembre 1796:

Morti - 1125
Feriti - 2298
Prigionieri - oltre 1200
Totale - oltre 4623

Queste cifre appaiono in aperto contrasto, per difetto, con le descrizioni dei fatti che vedremo.

Tuttavia la Divisione Augereau subisce una dura censura da parte di Luigi Bonaparte, fratello di Napoleone.

Secondo il suo rapporto del 5 Dicembre 1796 (14 Frimaio) a Fleury, membro dello staff diplomatico di Clarke, quei soldati sono privi di energia e di fuoco. I combattimenti vanno avanti solo per l'energia degli ufficiali, che però ormai sono quasi tutti morti o gravemente feriti: dà per morti ad Arcole i Generali: Verdier, Vignolle, Vernes, Gardanne, Robert, Lebon, Muiront ed Elliot, mentre Lannes è stato ferito ben tre volte (cfr. anche Lettera di Napoleone al Direttorio in data 16 Novembre 1796 su Appendice "A"

Tra i ranghi della truppa i coraggiosi ormai sono già stati uccisi tutti, e non resta che la "marmaglia".
Tale marmaglia, nel panico della fuga, non ha esitato a travolgere e abbandonare al pericolo Napoleone stesso.

Segue il breve rapporto inviato da Alvinzy al capo del Consiglio di Guerra Nostitz il 18 Novembre alle tre del mattino.

Alvinzy racconta di avere spinto i Francesi verso Verona il 12 Novembre, e che quelli avevano fatto uscire tutte le truppe dalla città a eccezione di 1000 uomini (discrepanza con quanto detto dal Gachot che ci aveva parlato di 3000).

Tali truppe erano andate ad ammassarsi a Ronco. A questo punto, curiosamente, Alvinzy informa di aver avuto difficoltà nel posizionare i suoi pontoni, a causa del fatto che le sponde dell'Adige erano coperte di fango.

Questa informazione risolve un enigma della narrazione di Gachot, ovvero dove e come i Francesi si fossero procurati il ponte di barche (anzi due) che Andréossy avrebbe gettato nella notte tra il 14 e il 15. Si direbbe che tali ponti fossero stati preparati, non senza difficoltà, dai genieri Austriaci, i quali, da vero esercito regolare, disponevano delle attrezzature necessarie.

Il 15 in effetti, Alvinzy riceve la notizia che il nemico ha passato l'Adige a Ronco e a Legnago. Invia dunque numerosi battaglioni di supporto ai sette che occupavano Arcole e Cologna.

Respingono l'attacco francese infliggendogli gravi perdite e il 16 muovono all'attacco.

Sappiamo da Gachot che questo attacco rispedì i Francesi oltre l'Adige, e che vi si sfiorò la cattura di Napoleone, travolto dai suoi stessi soldati in fuga.

Nonostante la vittoria, del tutto inspiegabilmente, la colonna di Provera volge in rotta, ma basta quella di Mitrowsky a catturare molti nemici e ad attestarsi fortemente in Arcole e Albaredo. Alvinzy la rinforza con altri 16 Battaglioni.

Nel frattempo, gli Austriaci continuano a voler costruire ponti, ne progettano uno sull'Adige a San Michele.

Mitrowsky assolve il suo compito di ricacciare i Francesi oltre l'Adige ma alla sera del 16, quelli si ripresentano con "forze considerevoli" con le quali si impossessano di Arcole e inseguono le decine di Battaglioni del Mitrowsky fino a San Bonifacio, da dove sono poi respinti fino ad Arcole.

Tutta questa ricostruzione è vaga e imprecisa. Ci si chiede come mai, mentre i tamburini e i corni apprestati da Napoleone fanno fuggire 10.000 feroci croati, non siano attaccati alle spalle dalle truppe di riserva che gli Austriaci hanno a Cologna.

Vago e impreciso, ma esilarante, è anche il rapporto sulle vittime Austriache. Alvinzy lo dà all'ingrosso: avrebbe "perso" circa diecimila uomini. Ma, guarda un poco, un solo Generale, tale Brabeck. Mi viene inesorabilmente da pensare che il povero Brabeck non facesse parte del "gioco" o che, vuoi mai, si fosse accorto che c'era qualcosa di strano nei "Francesi autorigeneranti".

Alvinzy farà del suo meglio, ma crede proprio che non gli sarà possibile riorganizzare le sue truppe, perché sono proprio stanche. Inoltre non si sente sicuro a Montebello, sente bisogno di una boccata d'aria tirolese.

Il francese Solignac si prende l'incarico di riassumere la situazione a Napoleone, tessendo l'encomio della Divisione Massena.

Il 15 Novembre due Demi-Brigade, la 18ma leggera e la 18ma di linea (quelle prestate ad Augereau da Massena), passano il ponte di Ronco "spingendo" gli uomini di Augereau.

Alle ore 11, i Granatieri della 18ma (18me de bataille) ripassano il ponte di Ronco e, assieme alla 23ma di linea, vanno a riattraversare l'Adige più a Sud, ad Albaredo, oltre la confluenza dell'Alpone, dove a quanto pare gli Austriaci avevano provveduto un secondo ponte.

Sconfiggono il presidio nemico di Albaredo e conquistano l'argine destro dell'Adige schierandosi lungo di esso fino a Bove.

Questa manovra del Corpo Speciale di Massena, alla luce di quanto abbiamo appreso sulle truppe di Augereau incaricate di espugnare Arcole, fa inequivocabilmente pensare al dispiegamento di una Divisione di Carabinieri alle spalle di truppe inaffidabili.
Così "sostenuta" alle spalle, la "marmaglia" di Augereau conquisterà Arcole alla sera, a prezzo di enormi perdite.

Arcole sarà evacuata però dopo poche ore, secondo Solignac, per ordini superiori, ovvero di Napoleone stesso.

Alle quattro di mattina del 16 Novembre, il Corpo Speciale di Massena si muove lungo l'argine del Bove (Bova?) mentre la 75ma si porta sull'argine di Villanova.
Questa descrizione è assai poco chiara, perché non si capisce a quale argine si faccia riferimento.
Un'ipotesi logisticamente possibile è che si tratti degli argini sia dell'Adige che dell'Alpone. Massena avrebbe steso i suoi uomini lungo il sinistro dell'Adige e il destro dell'Alpone, e la 75ma avrebbe poi marciato anche sul sinistro dell'Alpone, che infatti tocca Villanova.

Comunque sia, gli Austriaci sarebbero fuggiti in 10.000 facendosi inseguire fino a San Martino, presso Verona. I Francesi però si fermano nell'inseguimento sull'argine all'altezza di Porcile (oggi Belfiore), dove bivaccano, mentre vedono sfilare i fuggiaschi attraverso Porcile stessa.

In questa operazione sugli argini, Massena avrebbe catturato 1600 prigionieri, sette cannoni e nove carri di munizioni.

All'una del mattino del 17 Novembre gli uomini di Massena ricevono l'ordine di riconcentrarsi al ponte di Arcole, che gli uomini di Augereau non hanno saputo tenere.

Massena torna e, nonostante debba badare anche ai suoi 1600 prigionieri in due ore di aspri combattimenti riconquista Arcole, provocando la ritirata del nemico su San Bonifacio. Farà altri 1500 prigionieri, in questa operazione.

Nella notte due nuovi battaglioni austriaci attaccano Arcole da Nord, ma Massena, pur con grandi perdite, li respinge.

Solignac rifiuta di contare queste perdite, dicendo solo che avevano ampiamente decimato la Divisione Massena (per non parlare di quella di Augereau, aggiungo io) e che di fronte al trionfo conveniva dimenticare l'ecatombe.

Gachot supplisce in una nota a pagina 204, sostenendo che la sola Divisione Massena, dal 31 ottobre all'11 Dicembre 1796, aveva perduto 3074 uomini su 10.626, dei quali circa 1400 nei giorni tra 1l 15 e il 17 Novembre.

Dallo svolgimento dei fatti, si può ben dedurre che la Divisione Augereau ebbe un numero di caduti ben maggiore.

Le perdite complessive dei Francesi, solo ad Arcole tra il 15 e il 17, senza contare cioé gli scontri tra il 6 e il 12 Novembre, molto cruenti anch'essi, dovrebbero ammontare a ben oltre 3000 uomini solo contando i morti e gli inabili permanenti.

Il Capitolo IX dell' "Histoire Militaire de Massena" si chiude con un succinto riassunto del seguito.

Napoleone si fortifica sulle due sponde dell'Adige e sostituisce Vaubois a Joubert, che è stato nominato generale di Divisione.

Davidowich viene battuto e cacciato dalla Corona, dove si insedia Joubert (secondo articoli sulla "Gazzetta Universale", però, la Corona potrebbe essere stata oggetto, nel periodo della "tregua", di avvicendamenti nell'occupazione; la si dà in mano Austriaca, assieme alle alture di Rivoli fino alla Chiusa dell'Adige, nella cronaca da Vienna in data 30 Novembre 1796.

Massena rientra a Verona.

Augereau, e la sua "marmaille", vengono spinti in prima linea, a guardare la strada di Vicenza e Bassano, dove si è trincerato l'Alvinzy.

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"La Tregua".

Scena di duello in una ricostruzione cinematografica

Scena di duello in una ricostruzione cinematografica (courtesy of http://www.youthunitedpress.com)

Gachot conclude il IX Capitolo dicendo che non vi furono combattimenti importanti nel mese di Dicembre 1796, che sarebbe stato impiegato da entrambi gli schieramenti per "rinforzarsi".

Ma mentre Alvinzy in effetti ricevette in quel mese migliaia di nuovi combattenti, Napoleone non ricevette alcun rinforzo significativo dalla Francia, come abbiamo appreso dai "Cahiers d'un Volontaire de 91" di Xavier Vernère (cfr. Nota 1 a Pubb. XXX.

Nel frattempo, nella zona continuava a intrattenersi il diplomatico Clarke (vedi Nota 1 in Appendice "A" - Vedi articoli della "Gazzetta Universale"), ufficialmente in attesa di un passaporto per recarsi a Vienna a trattare un armistizio. Facile per noi immaginare che stesse in realtà trattando ben altra merce, fra i Generali degli opposti schieramenti.

Il Capitolo X si apre con una descrizione di comportamenti delle truppe di Massena a Verona.

Quegli uomini, che Gachot ha voluto descrivere come eroi repubblicani in questo libro, a Verona danno però ben altra immagine di sé.

Per indorare la pillola, Gachot comincia con una visione pietistica, descrivendo i saccheggiatori come un "piccolo numero" di soldati, feriti o febbricitanti, usciti dagli ospedali dopo la battaglia di Arcole, che avevano, pertanto, delle "esigenze".

Noi sappiamo però dai Dispacci degli Ambasciatori Veneti che non erano solo i feriti e i febbricitanti, a saccheggiare le terre Venete, ma l'intera Armata d'Italia, non paga delle immense liberalità concesse dalla Repubblica di Venezia.

Ancora Gachot introduce questi comportamenti da orda barbarica con un panegirico sulla Classicità, dicendo che essi non si comportarono con lo stoicismo dei Romani, ma preferirono imitare quei soldati di Attila che si abbandonavano alle orge tra un combattimento e l'altro.

Essi non credevano in Dio, erano coraggiosi (stiamo parlando degli uomini di Massena) ma senza senso dell'onore.

Da libertini, si abbandonarono senza freni al vino, al gioco e alla violenza sulle donne.

(N.d.U.S. - Donne che, voglio osservare, non appartenevano a un "popolo conquistato" come nel caso di Attila, ma a un Popolo che al contrario li ospitava e nutriva senza essere mai entrato in guerra con loro).

Questi eccessi si riflettevano anche sulla disciplina militare: essi abbandonavano le guardie notturne per andare a "divertirsi in letti malvagi" nelle campagne.

Inutili le minacce di corte marziale dei Generali (anche perché, come abbiamo visto, non venivano messe poi in atto).
Anzi, gli ufficiali erano i primi a dare il cattivo esempio. Essi si accompagnavano a gran numero di cortigiane, che erano confluite su Verona a centinaia.
Chi le ospitava nei grandi Palazzi requisiti, chi le rivestiva di stoffe preziose e seta saccheggiate a Verona.
Un Commissario di Guerra senza scrupoli concedeva loro persino le razioni di viveri.

Una piaga a sé stante era l'ossessione divorante del gioco d'azzardo.

I soldati razziavano le campagne, prendevano soldi a prestito o li rubavano per sperperare l'oro sul tavolo verde. Molti si vendevano i cavalli e persino le spade.

Tra i giocatori più arrabbiati si contavano il capo di Stato Maggiore di Massena, quello stesso Solignac che ci ha raccontato la battaglia di Arcole, e Dupuy, comandante della 32ma Demi-Brigade.

Chi aveva perduto grosse somme in una sera, sovente accusava i suoi stessi commilitoni di slealtà e tirchieria e li sfidava tutti a duello. Lo ritrovavamo il mattino dopo nei pressi di porta Vescovo, con anche fino a sei vittime morte o rantolanti intorno a lui.

Massena, che abitava a palazzo Maroni con Reille e Latour, avrebbe (secondo il Gachot) cercato di arginare il male, che gli veniva costantemente ricordato dalle lagnanze delle Autorità venete e dagli effetti che queste producevano a Parigi per mezzo di quelle "I" dell'Ambasciatore Querini che chi ha seguito il testo di Tentori conosce bene.
Ma quando tentò di far applicare delle misure disciplinari, l'intero corpo militare si ammutinò contro di lui.

Napoleone, dal canto suo, teneva una corte mondana a Milano con Giuseppina e Paolina, e rifiutò di appoggiare le misure con cui Massena avrebbe tentato di reprimere gli atti disonorevoli dell'Armata.

Così, sempre secondo Gachot, nel suo buon cuore Massena cominciò a desiderare che la guerra riprendesse al più presto, per liberare i Veronesi dai saccheggiatori.

(N.d.U.S. - A fronte della vita precedente di Massena, raccontata da Gachot nei primi Capitoli di questo suo libro, mi sento di dubitare di un suo stoico attaccamento all'Onore.
Mi sembra di ravvisare invece la ben nota tecnica della criminalità politica, di scaricare sempre le colpe verso il basso.
Gachot riporta le lamentele a Parigi del Querini a Delacroix, e l'impegno da questo profuso per "convincere" i Generali sul campo a più umano comportamento.
Delacroix darà quindi la colpa ai Generali, e questi, come vediamo, ai loro ufficiali e alla Truppa.

Di fatto si osserva che, se era "marmaille" vigliacca la truppa di Augereau, anche quella di Massena ben merita lo stesso appellativo, pur con aggettivi differenti: "marmaglia" ladra e assassina.

Sono passati 500 anni dal famoso sacco di Costantinopoli, ma la feccia non ha cambiato le sue abitudini. L'Armata d'Italia si comporta esattamente come i "crociati" francesi in quell'occasione.

Del resto è analoga la composizione sociale dei due eserciti. Popolino disperato dalla fame e dalle carestie gli uni e gli altri.
Sappiamo infatti che l'Armata d'Italia era stata formata in prevalenza con i resti di quella marmaglia prezzolata da Filippo "Egalité" d'Orleans al fine di fingere che fosse il "Popolo" a voler abbattere il suo rivale Capetingio.
Eliminati i due Luigi e gran parte della loro corte e Famiglia, quel popolino, ormai ebbro di sangue e di saccheggi, diventava un problema anche in Patria.
Lo si mando allo sterminio contro i reparti Austriaci in Italia, ma non doveva giungere ai grandi e preziosi scrigni. I tesori di Mantova, Venezia, Roma, Firenze, erano riservati a saccheggiatori più discreti.

Ecco perché Massena brama nuove battaglie. Finché le loro Armate non avranno subito un ricambio sostanziale, le porte della vera ricchezza resteranno chiuse).

Con una certa onestà, Gachot conclude la descrizione della tregua di Dicembre con la constatazione che i Francesi si comportarono ignobilmente, imponendo il giogo della più barbara e feroce schiavitù a Popoli ai quali avevano promesso , con la Libertà, l'Uguaglianza e la Fraternità, anche il rispetto dei beni e del Culto.

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Rivoli

Storia di Venezia - I luoghi salienti della battaglia di Rivoli

I luoghi salienti della battaglia di Rivoli (courtesy of Google Earth). Clic per ingrandire | Clic per vedere questi luoghi in Google Earth

Secondo Gachot, improvvisamente quel "petit nombre" di sopravvissuti di Lodi ed Arcole che infestavano Verona in circa un mese si rigenerò del tutto a coprire tutti gli effettivi d'ordinanza della 1a Divisione. Avrebbero ricevuto, secondo lui, "un contingente dalla Francia".

(N.d.U.S. - È possibile, ma la consistenza numerica dovrebbe essere stata molto bassa.
Più facile, come abbiamo visto ufficialmente, che si trattasse di rinforzi offerti dal Re del Piemonte. Ancora più probabile, che si trattasse in larga parte di prigionieri Austriaci convertiti.
A tale proposito, ricordo che l'Austria, nel Dicembre 1796, aveva promanato un Editto di perdono e indulgenza totale per tutti i disertori; Editto che fu rinnovato ed esteso nel 1797 e 1798. Ho trovato traccia di analogo Editto promanato dalla Corte di Napoli, e ritengo assai probabile che una ricerca più approfondita ne farebbe emergere di analoghi anche nelle rimanenti Corti europee, vedi in Appendice "A" alla pubblicazione XXXII).

A ogni modo, ecco i numeri forniti da Gachot all'alba della nuova calata di Alvinzy.

Il numero complessivo dei combattenti dell'Armata d'Italia secondo lui, a Dicembre 1797 ammonta a 46.700 soldati validi.

Con una scorsa al racconto complessivo del Gachot, possiamo vedere che, poco prima dell'assunzione del comando da parte di Napoleone, l'Armata d'Italia era stata portata dai circa 21.000 uomini che erano partiti all'assalto di Loano e delle colline della Bormida sotto il comando di Schérer, a 61.311 il 21 Marzo 1796 (Nota 2 a pag. 83).

Fanti - 52.311
Cavalleggeri - 3394
Artiglieri e Zappatori - 5596
Totale - 61.311

È importante comprendere come si erano composti questi ingentissimi rinforzi.

Possiamo desumere che ai sopravvissuti della battaglia di Loano, non più di 15.000 uomini, secondo un calcolo molto generoso, si fosse riunita l'Armata delle Alpi, dal momento che vi fu un breve conflitto di Napoleone con il Governo per sottomettere Kellermann, il quale pretendeva di essere suo pari grado al Comando.

Questo apporto, ancora con un calcolo molto generoso, poteva elevare gli effettivi dell'Armata d'Italia a 30.000.

Il rimanente, altri 31.000 uomini, si costituiva in gran parte da arruolamenti di "volontari", per la maggior parte provenienti dai resti di quella suburbia ingaggiata da Filippo "Egalité" d'Orleans per inscenare la tragedia "rivoluzionaria".

Questo "popolino", o "marmaglia", per usare un termine caro a Gachot, era stato largamente falcidiato durante il Terrore e ulteriormente decimato dalle ultime repressioni che fruttarono a Napoleone, incaricato di effettuarle, il soprannome di "Generale Mitraglia".

Ne sopravvivevano tuttavia molti, gente usa da anni a inebriarsi di sangue e di saccheggi perpetrati in folla contro piccoli gruppi inermi come il Clero e la vecchia "nobiltà".

Ma con la caduta di Robespierre era venuta meno, da parte del Governo, ogni indulgenza verso questa marmaglia sanguinaria, e d'altro canto Filippo d'Orleans aveva "esaurito il Patrimonio" o almeno quella parte di esso che egli aveva destinato a fomentare e foraggiare le insurrezioni.

Le teste del suo rivale dinastico, e quelle dei più importanti esponenti della famiglia avversa alla sua, erano già cadute, ed era diventato superfluo il supporto ufficiale dell' "ira di popolo".

Questa folla di "sicari in branco", disoccupati e perseguitati, divenne il serbatoio principale per l'arruolamento di quei 30.000 uomini con cui si potenziò l'Armata d'Italia.

Il loro livello morale e militare era così infimo e indecoroso che Schérer, ben prima che si ventilasse la sua sostituzione con il Buonaparte, aveva inviato e rinnovato lettere di dimissioni dall'incarico, precisamente perché sentiva leso il suo onore di soldato dal dover comandare una simile orda di forsennati in preda alla fame e alla frustrazione.

Napoleone, alla partenza per la sua Campagna d'Italia, assumerebbe dunque il comando di oltre 60.000 uomini.

Di questi, Gachot, sempre a pagina 83, preavvisa che ne morranno 30.000 entro un anno.

Tuttavia, a pag. 187, dopo gli scontri di Castiglione e Lonato, ad Agosto 1796, il numero dei soldati nell'Armata è sceso a meno di 24.000, e ciò nonostante il fatto che più volte , sempre secondo Gachot, l'Armata avesse ricevuto "rinforzi".

Rinforzi che, obiettivamente, non potevano provenire, se non in minimissima parte, dalla "Francia" come lui genericamente e sbrigativamente sostiene.

Gli Arruolamenti in loco e gli "aiuti" del Re del Piemonte ammontavano, come sappiamo dalle relazioni dello spionaggio dell'Ottolini, a una "mezza Legione" in Milano, forse qualche centinaio d'uomini, e a 1200 (secondo Ottolini) o 2000 (secondo Baraguay d'Hilliers) cavalleggeri piemontesi.
Portiamo anche generosamente a 2000 gli uomini che effettivamente potessero essere giunti alla spicciolata dalla Francia attraverso il collo di bottiglia della Savoia, e avremo un massimo di 4500 uomini di rinforzo "ufficiali".

Anche tralasciando la spinosa questione dei rinforzi, già ben prima che fosse trascorso l'anno previsto dal Gachot, per i numeri da lui stesso forniti, dunque, i morti erano oltre 37.000, e siamo ancora lontani dal conteggio effettivo per l'anno 1796.

Dopo averci detto in quanti erano rimasti i Francesi dopo Lonato e Castiglione, Gachot trascura di fornirci il numero di quanti si trovarono ad affrontare la calata dell'Alvinzy.

Cercando di rimediare a questa dimenticanza con un calcolo aritmetico, troviamo che Napoleone si sarebbe trovato ad affrontare l'Alvinzy con meno di 30.000 uomini, alcuni dei quali, però, erano dislocati su altri fronti, come quello ligure e quello in Emilia Romagna, inclusi quegli uomini che aveva dovuto comunque lasciare a Mantova, pur distogliendone gran parte per inviarli a Montebello in supporto a Massena in fuga da Bassano.

Facciamo pur bastare, del tutto irrealmente, 5000 uomini su questi altri fronti, e troviamo che gli scontri succedutisi da Bassano, a Caldiero e ad Arcole avrebbero visto protagonisti 25.000 francesi.

Di questi, per espressione del Gachot, fu fatta una ecatombe tale da rendere superfluo il contare.
Salvo poi, in una nota, fornire numeri precisi per la sola Divisione Massena. Tali numeri danno circa 3000 perdite che sono ben lontane da un simile concetto di ecatombe, soprattutto visti i numeri accertati negli scontri precedenti.

Del resto nel racconto non si dà mai la Divisione Massena come "sterminata" o "decimata", aggettivi usati invece per quella di Augereau, la "marmaille" vile, ribelle e disfattista.

Io penso che sarebbe ragionevole dare le perdite francesi di Arcole analoghe a quelle dichiarate negli stessi eventi da Alvinzy, ovvero 10.000 uomini.

Mettiamo pure che questo numero, se non del tutto irrealistico come quello dichiarato da Alvinzy, che aveva sempre sostenuto assalti in posizioni fortificate, fosse almeno eccessivo.
Diamo pure una perdita ai Francesi di 5000 uomini: avremo che da Arcole ne sarebbero usciti vivi ed efficienti 20.000.

Massena parla in verità di "un petit nombre" di sopravvissuti che andranno a vessare i Veronesi sotto l'occhio tollerante e protettivo degli Inquisitori Veneti e dei Savj di Collegio, ma diamo pure per buoni i 20.000.

In un solo mese, di tregua, il Dicembre 1796, con tutti i passi Alpini bloccati da eccezionali nevicate, tale numero sarebbe lievitato, nel Gennaio 1797, a ben 46.700 soldati validi, il che fa supporre che ve ne fossero addirittura altri, feriti o ammalati.

Mettiamo pure per fare conto tondo, che in quel mese fossero riusciti ad attraversare il collo di bottiglia della Savoja 6700 soldati (dato del tutto esagerato alla luce dei "Cahiers" di Vernère), abbiamo almeno 20.000 uomini in soprannumero all'appello.

Non può a mio modo di vedere essere un caso se questo numero si trova nell'area di quello dei "prigionieri" che i Francesi dichiarano di aver catturato agli Austriaci.

All'uopo ancora è opportuno ricordare i Decreti Imperiali Austriaci di indulgenza e perdono ai disertori iterati dal 1796 al 1798.

Sia come sia, Napoleone si troverebbe ad affrontare il ritorno di Alvinzy, secondo Gachot, con 46.700 soldati validi alla data del 10 Gennaio 1797.

Di questi, Gachot ne dà solo 30.000 di utilizzabili, essendo la Brigata di Sérurier incaricata di tenere Mantova sotto assedio con 14.000 uomini, mentre con altri 2700 Napoleone avrebbe tenuto in scacco il Papa e gli altri Principati Italiani sul fronte a Sud e Ovest (decisamente pochini, se si calcola che il riarmo dello Stato della Chiesa aveva portato i suoi effettivi a 37.000 uomini. Cfr. Gazzetta Universale Roma, 9 Dicembre 1796.

Vediamo adesso come Gachot ci racconta che procedettero le cose in quella nuova carneficina.

Massena si trovava con 9366 soldati validi a presidiare la riva destra dell'Adige da Bussolengo a Verona. I suoi soldati si crogiolavano nell'idea che quello sarebbe stato il loro accantonamento d'Inverno, da impiegarsi nei libertini e bestiali intrattenimenti che abbiamo visto descritti.

Invece l'Austriaco, rinfrancatosi con l'aria montana e avendo, lui sì, ricevuto oltre 20.000 uomini di rinforzo, decise di soddisfare le speranze belliche dell'onore del General Massena, attaccando i Francesi da Nord e da Est con 42.000 soldati, oltre ai circa 15 - 20.000 asserragliati in Mantova.

Contrariamente all'Alvinzy, Napoleone in persona non si era affatto rinfrancato nella tregua di Dicembre, anzi, era caduto in uno stato di grave prostrazione psicofisica, tanto da far sospettare ad alcuni che fosse prossimo alla morte forse addirittura per avvelenamento lento (nota 2 a pagina 210).

Ciononostante, quando il 10 Gennaio 1797 apprende dalla cattura di una spia che Alvinzy sta per sferrare l'attacco sia verso Verona che verso Mantova, si reca a dare ordini precisi alle truppe sull'Adige e si sposta dalla corte tenuta da Giuseppina in Milano a un quartiere di battaglia in Verona.

(N.d.U.S. - Personalmente, alla luce della situazione in Milano, dove Giuseppina teneva corte al Palazzo del Serbelloni, il più noto tombeur de femmes del secolo XVIII dopo Casanova, sono incline ad attribuire la grave depressione del Bonaparte a gravi problemi sentimentali con una moglie che nega a lui, legittimo consorte, favori che pubblicamente concede a non pochi altri.
È Napoleone stesso a raccontare questa condizione, in alcune delle sue lettere alla moglie).

Nel Palazzo Pretoriano di Verona Napoleone compera da un emissario di Alvinzy, tale Toli, i piani di attacco Austriaci.
Toli è un' "antenna" dell'Intelligence austriaco, ma si fa ingaggiare come doppiogiochista da Napoleone, che lo incarica di riportare ad Alvinzy un rapporto "falso", nel quale i Francesi siano descritti come in numero di 10.000 e profondamente demoralizzati. Ad Alvinzy si dovrebbe inoltre far credere che Napoleone stesso sia impegnato a Bologna nella fondazione della Repubblica Cispadana.

Come sappiamo, questo rapporto era solo parzialmente falso. Mi vien da pensare che Napoleone in realtà indichi ad Alvinzy il "petit nombre" sopravvissuto delle sua marmaglia originale, il numero di soldati che si dovranno eliminare dalle proprie truppe nei prossimi scontri, per lasciare il posto a più civili "prigionieri" Austriaci.

Il 10 Gennaio 1797 l'Austriaco Bajalich occupa, senza notizie di resistenza, le alture di Caldiero a 15 chilometri da Verona, con l'incarico di coprire le truppe di Provera che sfilano da Padova in direzione di Legnago e di Ronco.

Pattuglie di ricognizione Austriache esplorano i terreni in direzione di Arcole e Ronco.

Il 12 Gennaio alle sei del mattino, nella nebbia dell'alba, Bajalich attacca la piana di San Michele, nel tentativo di forzare di sorpresa il campo trincerato di Verona, con 4000 uomini, 800 cavalli e 12 pezzi d'artiglieria.

Viene respinto dal generale Brune (clubbista e repubblicano della prima ora, noto per la ferocia con cui represse le insorgenze vandeane e altre successive, finirà ucciso dalla folla in rivolta ad Avignone nel 1815), che gli cattura 600 uomini e tre cannoni "alla bajonetta". L'attacco termina a mezzogiorno e gli Austriaci avrebbero perso 1500 uomini.

Tornano però alla carica alla sera, spostandosi sulla loro destra verso Porta Vescovo, dove si impadroniscono di un avamposto, ma lo perdono alle dieci della stessa sera.

Il giorno seguente, 13 Gennaio, "discendendo rapidamente dalle alture di Caldiero in direzione di Pescantina", gli Austriaci minacciano senza successo Porta San Giorgio. I Francesi, prima di mezzogiorno, hanno trincerato i paesi di Avesa e Parona, sulla grande via di Trento.

La 75ma Demi-Brigade di Massena si sposta da San Michele a San Martino, rincalzata dalla 25ma, nel pomeriggio del 13 Gennaio 1797, a supporto di un corpo di Cavalleria che tenta di spingere sulle montagne una Brigata Austriaca.
Questo tentativo non riesce, e i Battaglioni tornano su una posizione d'attesa.

(N.d.U.S. - C'è una certa qual incongruenza logistica in queste manovre, soprattutto sulla direttrice d'attacco Austriaca. Gachot sembra ignorare che gli Austriaci non muovevano solo da Caldiero, ma anche da Bassano del Grappa, quindi l'accezione "Colli di Caldiero" potrebbe riferirsi non solo ai colli attorno a Colognola, ma a tutti i colli da Nord a Nord-Est di Verona più in generale. In questa visione, tutto diventa più logico, soprattutto il trinceramento francese di Avesa e Parona.)

Napoleone, rimasto a Verona, il 13 Gennaio pensava che Joubert sarebbe stato in grado di mantenere la Corona, ma apprende che ne è stato appena scacciato dal Generale Austriaco Koblos, e modifica il suo schieramento.

Sérurier continuerà ad assediare Mantova, Augereau guarderà l'Adige da Legnago a Verona mentre Rey occuperà Castelnuovo, per essere pronto a soccorrere dove occorresse.

Il ruolo degli uomini di Massena è descritto in tre lettere di servizio di questo Generale.

  • Disloca una linea da Verona a San Martino.
  • Sposta, alle nove della sera del 13, le truppe di Bussolengo a Garda, per proteggere la sinistra di Joubert, in fuga dalla Corona.
  • Gli uomini di Escale dovranno ripulire dagli Austriaci sia la Val Pantena che la grande strada per Trento, e dovranno effettuare pattugliamenti fino a due ore da Verona 8appunto, come accennavo, gli Austriaci si affacciano da tutti i colli).
  • Il rimanente della Divisione Massena fu radunato davanti a Porta Nuova e arringato secondo la solita retorica della vittoria a ogni costo. Poi si avviò in direzione di Rivoli e Bussolengo, per rintuzzare gli Austriaci se si fossero affacciati alla riva destra dell'Adige.

Queste truppe partirono nella notte, oscurata da nubi cariche di neve.

Nel silenzio più assoluto, con il divieto di fumare, cantare e richiamarsi, anche le truppe di Massena mostrano i segni degli ozi e delle gozzoviglie di Verona. Chi si lascia cadere esanime ai lati del cammino, chi tenta di disertare fuggendo nei campi. Ma le porte delle abitazioni restano chiuse, sorde a ogni richiamo dall'esterno.

Poi la luna uscì tra le nubi, illuminando una pianura imbiancata dalla neve e dal ghiaccio. Le truppe attraversano Bussolengo, e non fanno la prima sosta se non dopo aver salito l'altura della Sega.

Lì si fermano battuti da un vento freddo del Nord, mentre nei dintorni si comincia a sentire il rombo del cannone.
Massena aspetta ordini: ha davanti la scelta di dirigersi a sinistra verso Garda oppure in avanti verso Rivoli.

La staffetta di Napoleone arriva alle nove del mattino del 14 Gennaio 1797.

C'è bisogno immediato di rinforzi a Rivoli. Il crepitio della fucileria si ode sempre più vicino tra le colline, a una lega di distanza. Gli uomini si radunano attorno ai fasci d'armi al rullo dei tamburi.

L'assalto è guidato da Massena e Rampon, ma ben presto i soldati della prima colonna sono ansimanti su quel terreno pieno di pietre, intersecato da crepacci e dai supporti dei vigneti.
Quando si apre loro la vista sul cerchio di Rivoli, incorniciato dalle masse delle Alpi coperte di neve, a fondo valle vedono brulicare serrate le Divisioni austriache, che marciano al grido di "Tod!" "Uccidi!".

La piana di Rivoli forma la riva destra dell'Adige, a 18 chilometri da Verona, con un altopiano piuttosto lungo che scende, dietro i monti Brunisi, Moscal, Trombalora e Baldo, al lago di Garda.
Il primo tratto, sotto l'altura della Sega, si presenta con delle falesie grigie molto ripide; esse guardano dall'altezza di una ventina di metri il letto dell'Adige che piega bruscamente a Est.

Al villaggio de La Sega sbuca un torrentello largo tre metri (il Tasso, N.d.U.S.) che proviene, dopo un mezzo arco, da un crepaccio nel Circo della Corona attraverso la larga porta della valle di Caprino Veronese.

Dalle falesie, il terreno si stende ondulato e siliceo, spesso incolto, per cinque chilometri di lunghezza e tre di larghezza tra colline ripide e brulle.

Questa piana è attraversata dai due massicci di Monte Pipolo a destra, non lontano da Rivoli, mentre a sinistra si trova Monte Brunisi. In mezzo, le case basse di Campo Regio (probabile refuso per Camporengo).

Le pendici del Pipolo si bagnano nell'Adige, che ha lì un letto ampio 60 metri e, provenendo da Incanale, ai piedi dei Monti di San Marco, si infila nella strettoia della Chiusa.

Rivoli si compone di cinquanta case, capanne, fattorie e cascine di triste aspetto su una balza della piana. Il villaggio domina due valloni, uno a destra e uno a sinistra della rocca granitica di Monte Castello, per mezzo dei quali si può agevolmente scendere alle piane alluvionali in riva al fiume.

Dalla chiesa di Rivoli si domina l'ampio anfiteatro che si apre tra le Alture di San Marco e la catena del Monte Baldo, che chiudono l'orizzonte a Nord e a Ovest.

L'ascensione al Monte San Marco si può fare solo attraverso il varco di Incanale o attraverso il villaggio di Mutole (non localizzato in Google Earth, presumibilmente corrisponde alle odierne frazioni di Zuane Osteria o Ruine). È un monte dalla basi di pietra molto alte, tagliato a picco sul versante dell'Adige.
Domina l'area in cui si trovano Mutole, Caprino, Lubiara, San Martino, La Corona, e altri villaggi scaglionati dopo Rivoli fino alla Valle di Dolce.

Trecento metri prima di Rivoli, si apre una valle da Est a Ovest. Essa forma una linea ondulata con un piano molto inclinato, alto 50 metri (in realtà il "Dosso di Camporengo" si eleva sul greto dell'Adige di circa 90 metri) e lungo il triplo. Questa "schiena d'asino", copre Camporengo, che secondo Gachot è una delle tre frazioni che compongono l'abitato di Rivoli (l'odierna Camporengo si trova assai più a Sud, più o meno davanti all'Altura della Sega, in un luogo chiamato da Gachot Campo Regio).

Il dosso di Camporengo si collega al Monte Castello, e borda un vallone di 500 metri di ampiezza (anche questa misura è ampiamente errata, il Vallone a Sud di Rivoli, con la linea ondulata del Dosso come da descrizione, è ampio circa un chilometro abbondante, mentre il Dosso "a schiena d'Asino", è lungo oltre 500 metri. Queste misure sono importanti, perché inficiano la possibilità di alcune azioni dell'artiglieria Napoleonica più tardi descritte, dato che la cassetta a mitraglia aveva una gittata utile massima di 600 metri)(2).

Dalla sommità le artiglierie napoleoniche dominavano le posizioni del nemico. Contro questa altura si infransero tutti gli assalti austriaci. Essa proteggeva la Cavalleria di Leclerc, i feriti, i fuggiaschi. Bonaparte ne fece un punto di osservazione e un rifugio. Fu la chiave del campo di battaglia.

Se San Marco, la Corona e il Baldo chiudono l'orizzonte a Nord e a Ovest, il varco di Brentino permette di spingere delle truppe in marcia sulla riva destra dell'Adige fino a effettuare una manovra d'aggiramento per una conquista di Rivoli da Sud.
Sulla riva sinistra del fiume si trova una linea di alte montagne con cime ghiacciate e guglie di pietra da Dolce a Volargne (questo non corrisponde esattamente al vero, tanto che alla base di quelle montagne, sulla riva sinistra dell'Adige, correva già allora la grande strada per Trento, e che in cima a quelle "cime ghiacciate", sul Monte Pastello, Gachot stesso ci mostrerà gli abitanti della Valpolicella osservare la battaglia, parteggiando vivamente per gli Austriaci. Anche questo particolare ha una certa importanza, per valutare, come faremo, l'assurdità delle manovre Austriache).

Dopo questa generale descrizione del campo di battaglia, degna per lo stile dei migliori reporter del Grand Tour d'Italie, si pensi che arriva a definire Rivoli "il più bel campo di battaglia italiano", Gachot entra nel vivo delle fasi della battaglia vera e propria.

Questo racconto è molto complesso e direi anche piuttosto confuso, più volte Gachot si trova a dover giustificare vittorie improbabili dei Francesi, e lo fa ricorrendo allo stesso espediente già usato nella sua descrizione della battaglia di Loano.
I Francesi in procinto di soccombere vincerebbero grazie alla forza delle loro canzoni rivoluzionarie e all'entusiasmo suscitato dal vedere Napoleone sventolare il suo cappello.
Naturalmente, aiutati da madornali "errori" del nemico, impensabili in un Generale della portata e dell'esperienza di Alvinzy e in uno Stato Maggiore come il suo, tra l'altro avvezzo ormai ai "trucchi" di Napoleone.

Dunque, quel Sabato 14 Gennaio 1797, sempre secondo Gachot, Alvinzy mette in campo nello scenario di Rivoli 25.221 soldati.

Contro di lui, i 9400 superstiti della Divisione di Joubert, scacciati nei giorni precedenti dai luoghi preminenti della Corona e del Baldo con 300 perdite, ora attestati sulla cresta di Camporengo a Rivoli.
A quelli vengono ad aggiungersi, nel corso della mattina, i rinforzi di Massena che abbiamo visto marciare nella notte attraverso Bussolengo e La Sega. Questi, 1936 (32ma da battaglia) + 2481 (75ma) arriveranno al mattino, 1786 (18ma da battaglia) a mezzogiorno, con 300 Cavalleggeri e 70 Artiglieri. Alle tre del pomeriggio arrivano anche gli uomini di Rey (58ma da battaglia), 2830 + 150 dragoni e 15 pezzi d'artiglieria (Quest'ultimo orario sarà poi contraddetto da Gachot nella descrizione della battaglia, dato che gli uomini di Rey si muoveranno da Castelnuovo alle tre).

Joubert Massena da Garda Rey da Castelnuovo
9400 1786 2830
(Massena da Bussolengo) - 1936 300 150
(Massena da Bussolengo) - 2481 70  
Totale al mattino del 15 - 13.817 rinforzi arrivati a mezzogiorno - 2156 rinforzi arrivati alle tre del pomeriggio - 2980 *
Totale degli uomini messi in campo da Napoleone nel corso del 15 Gennaio 1797 - 18.953

* In realtà, nel seguito del racconto, apprendiamo che Rey, dopo avere ricevuto il 14 Gennaio 1797 tre ordini fra loro contraddittori (portarsi a Salò, poi a Roverbella, poi ancora a Castelnuovo, si era attardato in quest'ultima località, dove finalmente lo aveva raggiunto l'ordine diretto da Napoleone di convergere su Rivoli, ma tale ordine fu ricevuto alle tre del pomeriggio in Castelnuovo, è quindi impossibile che egli potesse trovarsi in quel teatro di operazioni prima delle sei almeno, vista la distanza di circa 18 chilometri che separa le due località.

Come già accennato, Alvinzy aveva conquistato il Baldo e La Corona il giorno 11, aveva assicurato le comunicazioni attraverso i Monti di San Marco con la Valle dell'Adige e si trovava in condizione di manovrare i suoi soldati sia lungo l'alto corso del torrente Tasso, nella piana di Lubiara e Caprino, sia lungo le due rive dell'Adige fino a Incanale.

Per l'attacco del 14 Gennaio, il Generale austriaco divide del tutto inspiegabilmente le sue forze in ben cinque colonne.

I Colonna, Lusignan II Colonna, Liptay III Colonna, Koblos IV Colonna, Ocskay V Colonna, Principe Reuss
4556 5600 4138 2682 8245
No cavalleria, no Artiglieria No cavalleria, no Artiglieria No cavalleria, no Artiglieria No cavalleria, no Artiglieria tutta la Cavalleria e l'Artiglieria
Compie una lunghissima diversione verso Ovest per attaccare da Sud attacca da Est-Nord-Est attacca da Nord-Nord-Est attacca da Nord-Est Riserva, poi attacca da Nord lungo le rive dell'Adige
Totale degli uomini a disposizione di Alvinzy fin dall'inizio della Battaglia - 25.221.
A questi sarebbe stato logico si aggiungessero anche gli uomini di Bajalich, che avrebbero dovuto inseguire gli uomini di Massena man mano che questi sguarnivano Verona e poi Bussolengo. Invece questa Divisione austriaca non compare affatto. Si può presumere che siano rimasti a campeggiare sui colli a Nord di Verona.

La prima, di 4556 uomini al comando di Lusignan, viene letteralmente mandata a pascolare sui monti. La si fa infatti scollinare sul Baldo dalla Valle di Caprino e compiere un lungo arco attraverso Lumini, Costermano e Affi, allo scopo secondo Gachot di attaccare Monte Pipolo, tagliando la via di ritirata ai Francesi verso Sud.

Il corpo di battaglia Austriaco vero e proprio, in quel giorno, sarà composto di tre colonne, la seconda, terza, e quarta.

La seconda, di 5600 uomini al comando di Liptay, sfilerà ai piedi di Monte Baldo riempiendo il vuoto lasciato da Lusignan (che si inerpica verso Lumini) e da lì, ovvero praticamente da Caprino, attaccherà, attraverso le larghe pendici del monte Trombalora, la sinistra di Joubert arroccata sulla costa di Camporengo.

La terza colonna, di 4138 uomini, comandata da Koblos, si appoggerà alla base delle ultime propaggini Sud delle Alture di San Marco, rastrellandole al fine di riunirsi, a Incanale, con le truppe Austriache di riserva, ovvero la quinta Colonna.

Al centro la quarta Colonna, sotto gli ordini di Ocskay, attaccherà Rivoli da Nord con 2682 uomini.

Nessuna delle quattro colonne in azione è dotata di Cavalleria o Artiglieria.

Gli Austriaci tengono il grosso delle loro forze, 8245 (8745 nel testo di Gachot, probabilmente un refuso) uomini con la cavalleria e l'armamento pesante nella colonna di riserva, la quinta, al comando del Principe Reuss.
Questa Colonna "di riserva", scende le rive dell'Adige da Preabocca divisa in due brigate, una sulla sinistra, l'altra lungo la riva destra.

La Brigata della riva sinistra, al comando di Wukassowich, deve seguire la grande strada che collega Trento a Verona. Giunto alla Chiusa, deve cannoneggiare i Francesi (dal basso!!!), gettare un ponte (mentre i Francesi gli sparano dall'alto della costa di Camporengo!!!) e per tramite di quello ricongiungersi a Lusignan quando questi avrà completato il suo lungo giro.

La Brigata sulla riva destra, agli ordini di Quosdanowich, occuperà nella notte tra il 13 e il 14 Gennaio 1797, la penisola di Incanale, tenendosi pronta per assaltare Rivoli al mattino, una volta effettuato il ricongiungimento con la Colonna di Koblos.
Tale attacco, manco a dirlo, deve avvenire lungo le scoscese pendici del vallone a Nord di Rivoli.

Le istruzioni d'attacco furono impartite da Alvinzy nel Quartier Generale di Dolce la sera del 13 Gennaio 1797. Secondo Gachot, l'Austriaco si sarebbe fatto ingannare da Toli, e avrebbe creduto alle sue false notizie, pervenendo a una sottovalutazione delle forze che aveva di fronte.

Vedremo tra poco, grazie ad alcune osservazioni del Gachot stesso, come questa ipotesi fosse molto improbabile.

Partito da Verona alle undici della sera del 13 Gennaio, Napoleone raggiunse Joubert sulla croda di Camporengo alle due del mattino.

Con i suoi ufficiali, effettua una ricognizione oltre il vallone a Nord di Rivoli, cercando il modo di riconquistare nella notte la valle del Tasso nei dintorni di Lubiara.
Gachot dedica molte righe a descrivere come l'arrivo del Napoleone sul campo rinvigorisca i soldati, gelati dalla brina e scoraggiati dalla recente disfatta.

Quando la Luna fora le nubi, Bonaparte può vedere sotto di lui il campo Austriaco già diviso nelle cinque parti che andranno a formare le colonne dell'improbabile piano d'attacco dell'Alvinzy.
Osservando che non vi sono immediati preparativi di partenza, Napoleone decide per un attacco di sorpresa.

Alle quattro di mattina del 14 le truppe francesi in linea negli abitati di Zoane, Montagna e Torte si dividono in battaglioni e si portano avanti, catturando quattro avamposti austriaci sorpresi nel sonno.

Gli uomini del Generale Vial (4a e 17ma leggera), scalano le pendici del San Marco e si impadroniscono di una Cappella su un primo sperone roccioso, dove all'alba resisteranno a sei assalti Austriaci, prima di soccombere, dopo aver inflitto ingenti perdite al nemico.

Joubert (33ma da battaglia e 39ma) al centro avanza verso Lubiara. Deve affrontare Ocskay e aiutare Vial al bisogno.

Le truppe stanziate a Torte scendono il pendio verso Incanale e si allineano davanti all'albergo della Dogana, dove dovranno sostenere l'impatto di Quosdanowich.

Le Blay (29ma leggera e 85ma da battaglia), sulla sinistra, respinge i tiratori austriaci dalle basse pendici del Trombalora, ma non si spinge a liberare il terreno più avanti; non intercetta quindi la Colonna di Lusignan che iniziava l'aggiramento. Di tale "aggiramento", dal canto suo, non si accorse nemmeno quella parte delle truppe di Massena che stazionava a Garda (N.d.U.S. - non si vede, del resto, come queste avrebbero potuto accorgersi di una manovra che si svolgeva a oltre otto chilometri di distanza, al riparo di colline e poi dentro la valle di Lumini).

Sandos (14ma da battaglia) scagliona i suoi uomini alle otto del mattino nei dintorni di Rovina, per vigilare la strada di Lubiara.

L'Artiglieria prende posto sul dosso di Camporengo, coprendo il 22mo Cacciatori e il 1mo reggimento di Cavalleria arrivati alle cinque del mattino.

Anche tutte le Divisioni Austriache avevano preso le armi. Alvinzy, secondo Gachot, sarebbe sorpreso che un Corpo francese, battuto il giorno prima, osi contrattaccare i suoi 16 Battaglioni.
Che si tratti di una azione di disturbo? Ma i Francesi non possono attaccare da altre direzioni, dato che tutti i passi alpini sono chiusi dalla neve, quindi decide il contrattacco.

Liptay, schierato davanti a Caprino, assalta con successo il Trombalora. Gli uomini di Le Blay della 29ma leggera sbandano e rifiutano di attestarsi in una seconda linea di difesa. Questo movimento costringe anche la 85ma da battaglia (Le Blay) a precipitare la sua ritirata, lasciando scoperto il fianco della 14ma da battaglia (Sandos), incaricata di prendere San Martino di Lubiara.

Quest'ultima viene a trovarsi isolata sotto il fuoco incrociato di due colonne (Liptay che li incalza dal Trombalora e Ocskay che attacca da Nord.
Tuttavia, una "manovra di ripiegamento all'indietro sulla sinistra" di Sandos fermerebbe il nemico (come e dove, non ci è dato dal Gachot di sapere: Liptay e Ocskay riuniti contavano oltre 8000 uomini, che si sarebbero "fermati" a fronte di una demi-brigade di forse 1500 in ripiegamento).

Anche Vial, con i suoi 1450 uomini, è stato nel frattempo snidato dalla Cappella sullo sperone del San Marco pur dopo averlo strenuamente difeso per 50 minuti, dai 4000 uomini di Koblos.

I Francesi si trovano anche a corto di munizioni. La 4a leggera arretra verso la sponda dell'Adige, dove vede apparire Quosdanowich con fanteria, artiglieria e 1700 cavalleggeri, che dovrebbero venir fermati dalla 39ma rinforzata dai Granatieri della 14ma (Joubert e Sandos in ripiegamento da Lubiara). Sono le nove e mezza del mattino del 14 Gennaio 1797.

Da qui in poi la narrazione di Gachot diviene lacunosa e imprecisa. Accenna che Lusignan, scendendo in fretta dai monti attraverso Pesena e lungo la riva destra del Tasso, avrebbe dovuto intercettare la colonna di Massena che arrivava (non sappiamo mossa quando e da quali ordini) da Garda e ormai marciava ai bordi del Piano di Camporengo. Wukassowich avrebbe dovuto unirsi a lui dopo aver attraversato l'Adige sul ponte di barche, ma questo non avviene.
(N.d.U.S. - Secondo Gachot la causa è nelle difficoltà materiali, ma non è così. Gli ordini impartiti a Lusignan lo facevano transitare ben a Sud di Pesena, ed evidentemente troppo in ritardo sull'itinerario di Massena per incrociarlo; quanto a Wukassowich, l'idea di mandarlo con cavalleria e cannoni sotto le uniche batterie Francesi e per di più dall'altra parte di un fiume in quel punto vorticoso avrebbe del demenziale, se non vi fossero altre ragioni diciamo occulte, e comunque ben diverse dalla volontà di annientare una volta per tutte l'Armata d'Italia).

A ogni modo gli uomini di Massena provenienti da Garda raggiungono il dosso di Camporengo indisturbati, e vi piazzano altri cinque cannoni. Da lì hanno facile gioco nel colpire i ranghi serrati di Wukassowich e Quosdanowich ammassati sul greto del fiume sotto di loro.
È assai improbabile, dato il dislivello, che i cannoni Austriaci potessero da quella posizione rispondere al fuoco, operazione possibile solo a obici e mortai, non adatti a sparare a mitraglia.

Alle dieci della mattina gli Austriaci si arrestano a metà di una carica. Gachot non ci dice dove avvenga; ci informa solo che il ripiegamento è causato da bordate di mitraglia e che gli Austriaci vanno a ripararsi in un bosco sulla sinistra del Monte San Marco.

Le uniche truppe a portata utile della mitraglia dei cannoni di Camporengo sono quelle a fondo valle sotto di loro, ma se queste fossero ripiegate sotto la mitraglia, avrebbero trovato più immediato riparo dietro il Monte Castello (l'ala sulla riva destra dell'Adige) o semplicemente arretrando lungo il fiume di qualche centinaio di metri (l'ala sulla riva sinistra).

Una ritirata di ben oltre un chilometro, fino alle prime pendici del San Marco sembra davvero immotivata.

Tanto più che Gachot stesso ci informa che, nonostante Massena avesse schierato la sua fanteria (32ma e 75ma provenienti da Bussolengo) e aggiunto 5 cannoni alle due batterie di Joubert sul Dosso di Camporengo, proprio alle dieci la situazione dei Francesi appare disperata a gruppi di abitanti della Valpolicella, arrampicatisi sulla cima del Monte Pastello (l'ultimo sulla riva sinistra dell'Adige, sovrastante La Chiusa) per seguire la battaglia.
Questi vedono i Francesi arretrare da tutti i lati e prorompono in lunghe acclamazioni all'imminente vittoria Austriaca.

Tralasciando il fatto sgradevole che Gachot si senta in diritto di chiamare questi Valpolicellesi, vittime da mesi dei soprusi e dei barbarici saccheggi degli invasori: "miserabili individui che Bonaparte farà castigare più tardi", questo dettaglio del racconto ci conferma quanto abbiamo già appreso dai Dispacci degli Ambasciatori Veneziani (cfr. C. Tentori, Raccolta Cronologico Ragionata di Documenti ...), ovvero che le Popolazioni rurali e montane erano fortemente avverse ai Francesi.

Ecco dunque come definivo improbabile il fatto che Alvinzy potesse venire ingannato dal Toli. Infatti gli Austriaci potevano contare, nel combattere i Francesi, sul miglior servizio di informazioni possibile, ovvero la collaborazione delle Popolazioni locali, che con le loro naturali vie e forme di comunicazione erano in grado di tenerli aggiornati sui movimenti del nemico in modo assai più affidabile di un singolo agente dalla dubbia moralità.

A ogni modo, come vedremo nelle riflessioni conclusive, per errate che fossero le informazioni sulle forze Napoleoniche, gli "errori" di Alvinzy in questa battaglia, come in quella di Arcole, sono davvero troppo madornali per non mostrarsi come voluti.

Sia come sia, secondo il Gachot solo Napoleone sa come sia riuscito a vincere dopo la disastrosa situazione in cui si veniva a trovare alle 10 del mattino del 14 Gennaio 1797.

Due demi-Brigade di Massena, quelle defilatesi alla sinistra di Rivoli, dopo essersi riposate una ventina di minuti entrano nella mischia e "sconvolgono i piani di battaglia di Alvinzy".
Non è chiaro perché, dal momento che con tre battaglioni Massena va semplicemente in supporto alla 14ma di Sandos.

Nonostante grandi difficoltà logistiche, dopo venti minuti di combattimento alla bajonetta i 5600 uomini di Liptay ripiegano dal Trombalora e fuggono addirittura sulle pendici del Baldo.

Del resto come si potrebbe non vincere, quando c'è Napoleone che sventola il cappello da un'altura e si canta a squarciagola il "Chant du Départ"?

Mentre il battaglione di Granatieri della 32ma sfonda gli Austriaci di Liptay sul Trombalora, Ocskay attacca di fianco la 14ma di Sandos, raccolta a quadrato attorno a Berthier, con qualche successo.
Berthier si unisce alla 33ma di Joubert in ripiegamento dal fallito assalto a Lubiara. A scaglioni il quadrato si scioglie e si ritira verso le postazioni di artiglieria a Camporengo, mentre un distaccamento di Cavalleria distribuisce loro nuove munizioni.

Analogo movimento di ritirata verso Rivoli effettua Vial che, sopraffatto da Koblos, riunisce nella 17ma leggera le truppe che aveva dislocato a Montagna, Torte e Albergo della Dogana e si ritira a quadrato con passo ordinario verso Rivoli seguita dalla 4a leggera e dalla 33ma di Joubert.

Qui Gachot da per scontato che la 14ma di Joubert, ricevute le munizioni, fosse riuscita a respingere Ocskay fino alla punta Sud del San Marco, venendosi a trovare, nella generale ritirata, da sola contro 6000 Austriaci.

A questo punto Berthier ordina al loro comandante Renard di impedire l'invasione del vallone a Nord di Rivoli e gli invia cinque pezzi d'artiglieria. Questi vengono piazzati cento metri davanti alla linea della 14ma, e i loro serventi vengono subito uccisi assieme ai cavalli di traino. I Croati si impadroniscono dei pezzi, ed ecco un altro miracolo.
Cinquanta Granatieri della 14ma, galvanizzati dalla voce del capitano Sauget, escono dal quadrato, massacrano i Croati e riportano i cannoni (senza cavalli di traino?) nel loro schieramento, sostenuti dal fuoco del 1o Battaglione.

Un Battaglione davvero magico, dal momento che il suo fuoco, di mettiamo anche cinquecento bocche, sovrastò quello del fuoco di copertura dei Croati, che contava su seimila bocche, come ci ha edotto Gachot stesso poco fa.
Spostare cinque pezzi senza cavalli o muli su un terreno impervio e innevato, sotto il fuoco di 6000 uomini è indubbiamente cosa da far sollevare le sopracciglia a qualunque persona di buon senso.

Infatti Quosdanowich, cannoni o non cannoni, conquista il vallone a Nord di Rivoli e si affaccia sul pianoro sottostante il Monte Castello, dove si espone al fuoco d'infilata di quindici cannoni sul dosso di Camporengo e all'assalto da sinistra di soldati di Joubert (presumibilmente acquattati nel Vallone a Sud) e da destra dal 22mo Cacciatori che Berthier lancia loro addosso dal Cimitero di Rivoli (anche qui vi è poca congruenza tra la situazione sul terreno e la reale portata dei 15 cannoni francesi. Gli Austriaci che si affacciavano dal vallone erano ancora ampiamente fuori portata della mitraglia, e appena dentro il raggio di azione dei tiri a palla. All'epoca le palle esplodenti, o granate, non erano ancora state perfezionate al punto di essere lanciabili da cannoni; ne esistevano, sì, ma potevano essere sparate solo da obici e mortai, che non figurano in questo combattimento).

Mentre i colpi francesi aprirebbero ampi varchi nelle file di Quosdanowich e fanno esplodere due cassoni d'artiglieria (sì, a quanto pare l'Austriaco si era arrampicato sulle ripide pendici del Monte Castello portandosi dei cannoni), entrano in campo i trecento cavalleggeri francesi, che finiscono con il seminare il panico e porre in fuga gli Austriaci di Quosdanowich.

Anche qui, come a Loano, sentiamo i soldati Austriaci, tra le urla dei feriti, accusare a gran voce di tradimento i loro ufficiali.

(N.d.U.S. - Ne avevano ben donde, per il modo demenziale con il quale erano stati frazionati e scaglionati sui terreni più svantaggiosi per loro.)

A fondo valle Wukassowich, da Ceraino sull'altra sponda del fiume, non poteva, per ragioni d'alzo mitragliare il Dosso di Camporengo, ma disturbava con qualche palla la destra della 39ma approfittando del varco offerto dal vallone Sud di Rivoli.

Wukassowich è esposto invece in pieno, al fuoco che dal Dosso proveniva, e a seguito della rotta di Quosdanowich ritiene opportuno ritirarsi a sua volta a Nord di Incanale, abbandonando armi, munizioni e bagagli ai Francesi, oltre a un intero battaglione di Deutschmeister (Fanteria Austriaca erede della Tradizione dei Cavalieri Teutonici) che sarà fatto "prigioniero".

(N.d.U.S. - Come, non è dato di sapere, dal momento che i Deutschmeister erano dall'altro lato del fiume, e i Francesi non avevano mezzi né tempo di gettare un ponte. Unica soluzione, anche qui come ad Arcole, è che il ponte necessario alla "cattura dei prigionieri" lo avessero costruito a proprie spese gli Austriaci stessi (come avevano infatti ordine di fare), lasciandolo poi al nemico per sua comodità.
Sempre meno stupisce che molti di quei soldati gridassero al tradimento.)

Dall'altro lato del fiume però i combattimenti non erano ancora finiti, Liptay tiene ancora testa ai soldati di Massena sulle pendici del Trombalora, mentre Ocskay e Koblos, ripassato il San Marco, vanno a riprendere il vallone e il pianoro da cui Quosdanowich è appena fuggito, ma subiscono analogo trattamento e volgono ben presto in fuga anche loro.

A mezzogiorno dunque gli Austriaci si ritrovano tutti nelle posizioni da cui erano partiti al mattino, in stato di profonda prostrazione.

Non proprio tutti, però, perché a questo punto si fa vivo Lusignan, di ritorno dall'escursione pastorale, che saluta il campo di battaglia con una scarica di moschetteria dalla sommità di Monte Pipolo.

(N.d.U.S. - Poteva arrivare almeno alle spalle del Dosso di Camporengo, attraverso l'omonimo varco tra il Pipolo e il Brunisi, invece no, lo prende di fianco, dopo aver scalato una inutile montagna.)

Gachot adesso ci racconta brevemente e confusamente le peripezie di questa Colonna sperduta.

La prima Colonna Austriaca si era mossa al mattino da Lubiara, e aveva saputo "nascondere la sua marcia ai Repubblicani".

(N.d.U.S. - Gachot usa spesso questo aggettivo sostantivato "Repubblicani" per definire i soldati Francesi dell'Armata d'Italia. Ritengo che tale uso sia del tutto improprio per molti motivi, che non è però questa la sede di elencare. Mi limito a enunciare il fatto che non vi è compatibilità tra la Forma Statale Repubblicana e una guerra d'invasione, e men che meno quando questa invasione sia condotta, come lo fu la Prima Campagna d'Italia di Napoleone, con metodologie belliche proprie di un'orda barbarica.)

Lusignan si era infatti infilato con i suoi uomini nella stretta valle di Lumini in direzione opposta a quella del campo di battaglia, passando sul versante della catena del Baldo che guarda il lago di Garda. A Lumini aveva piegato a sinistra, ed era ridisceso a valle con una ulteriore svolta a sinistra discendendo la vallata di Castion Veronese fino a Costermano, una frazione a poche centinaia di metri da Garda.

Aveva dunque attraversato Valdonigi (odierno Valdoneghe), costeggiato la muraglia del Monte Moscal, e attraversato il torrente Tasso ad Affi (nella conformazione attuale, su questo percorso avrebbe dovuto guadare il Tasso già prima di Valdoneghe, ma la presenza di una larga area industriale in questa zona e le brusche deviazioni che il letto vi subisce (marcatori 11 - 12 sul prospetto in Google Earth), lasciano pensare che il corso di quel torrente possa essere stato deviato dopo i fatti che descriviamo).

Effettuato il guado, Lusignan piega a sinistra, e con due battaglioni intercetta in un abitato di nome Calcina un convoglio nemico di artiglieria e munizioni. I conduttori saranno riuniti da Luigi Buonaparte, in arrivo da Peschiera, presso Calvasino, a Sud.

Poco dopo, alle 11 di mattina del 14 Gennaio 1797, Lusignan si scontra con la retroguardia della 18ma da battaglia di Massena, che marcia verso Rivoli.

(N.d.U.S. - Abbiamo visto che le truppe del Massena convergono su Rivoli da due direzioni diverse, ovvero da Verona attraverso Bussolengo e, assai più tardi, da Garda.
Quelle provenienti da Bussolengo erano però transitate nei pressi de La Sega e di Calcina molto prima, alle nove del mattino, e sembra improbabile che esse stiano ancora marciando verso Rivoli nella zona da cui alle nove erano partite, nota soprattutto la velocità di questa Divisione, che in più occasioni ha fatto e farà registrare velocità di marcia a livello di maratoneti professionisti.

D'altro canto, gli uomini provenienti da Garda in direzione di Rivoli ben difficilmente si sarebbero trovati in quei luoghi, come si può notare osservando una mappa.
Se lo scontro è avvenuto, è assai più probabile che quegli uomini della 18ma fossero stati inviati dalla retroguardia del Dosso di Camporengo, probabilmente incontro al convoglio di munizioni disperso poco prima da Lusignan. A sostegno di questa ipotesi il fatto che, contrariamente alle loro abitudini, gli uomini di Massena si defileranno ben presto tornando a Camporengo, come vedremo.)

In questo scontro Lusignan perde 25 uomini e abbandona 38 prigionieri, nonostante il fatto che gli uomini di Massena si ritirino, lasciando aperte agli Austriaci le pendici di Monte Pipolo.
(N.d.U.S. - Non mi sembra peregrina l'ipotesi che in questo scontro i "prigionieri" siano in realtà i portatori di quelle munizioni che abbiamo visto la Cavalleria Francese distribuire alle truppe della 14ma poco prima di mezzogiorno... )

La Colonna di Lusignan, anziché inseguire i fuggiaschi, fedele agli ordini si porta in cima al Pipolo e lancia il segnale concordato con Alvinzy, mentre ispeziona il terreno alla ricerca delle truppe di Wukassowich, che avrebbero dovuto, in quel piano demenziale, varcare il fiume a La Chiusa e salire a loro volta sul Pipolo.

(N.d.U.S. - Da quella posizione elevata, Lusignan potrà invece vedere i Deutchmeisters essere fatti prigionieri, grazie presumibilmente al ponte da loro stessi costruito.)

Adesso Gachot però lascia Lusignan nell'attesa dell'improbabile Wukassowich per rivolgere la sua attenzione al francese Rey, che si era "attardato" in Castelnuovo, invece di proteggere le munizioni in transito a La Sega.

Il nostro Edouard è impietoso con il Rey, definendolo "privo di iniziativa", ma poche righe dopo ci rende noto che il poveraccio, di stanza a Desenzano con 4000 uomini, in quella mattina aveva ricevuto ben tre ordini diversi.

Di primo mattino Berthier lo voleva fuori da Desenzano, a vigilare sul Mincio da Valeggio, ma Rey ritarda la partenza di quattro ore perché numerosi rapporti lo informano di un possibile attacco in forze Austriaco contro la sua avanguardia a Salò, comandata da Murat. Alle otto riceve un corriere che lo informa come a Salò non si corrano pericoli gravi.

Contemporanemente un altro ordine di Stato Maggiore lo vuole a Roverbella, di rinforzo alle truppe di Sérurier.

Ma non fa in tempo ad avviare la manovra che un terzo ordine lo chiama a Castelnuovo, a vigilare se per caso Provera e Bajalich non abbiano intenzione di aggirare da Sud la piana di Rivoli.

A Castelnuovo fa riposare la truppa, osservando da una collina che non si vedono Austriaci nei dintorni. Quando manda un suo uomo a chiedere istruzioni a Buonaparte, il portaordini viene però fermato e fatto retrocedere dai cacciatori di Lusignan, che presidiano l'area de La Sega.

Così è solo alle tre del pomeriggio del 14 Gennaio 1797, che Rey viene informato di dove sia richiesto in realtà il supporto delle sue truppe di riserva.

Allora marcia su Campo Regio tra il Pipolo e il Brunisi. Lì incontra Luigi Bonaparte, che a quanto pare era riuscito a eludere i cacciatori di Lusignan).
Quest'ultimo aveva disposto i suoi uomini sia sul Pipolo che sul Brunisi, lasciando evidentemente sguernito il passo tra i due monti.

Rey da Sud e Massena da Nord assalgono il Pipolo dove accerchiano parte della colonna di Lusignan e fanno prigionieri i superstiti del combattimento.
Baraguay d'Hilliers con altri uomini di Massena mette in fuga e falcidia gli Austriaci anche dal Brunisi.

La lunga escursione di Lusignan termina tragicamente con tutta la sua Colonna fatta prigioniera, chi imbottigliato contro le rocce di Cavajon, chi mentre cercava scampo verso Garda.
Lusignan stesso, nel buio di quelle cinque della sera del 14 Gennaio 1797, riesce con fatica ad andarsi a nascondere nelle caverne di Monte Baldo, grazie alla protezione di alcuni ufficiali ("Austriaci o Francesi?" mi vien fatto di chiedere maliziosamente a Gachot).

Gachot tira le somme della giornata. I Francesi sono padroni di tutto il campo dal basso corso del Tasso fin quasi alla Corona e Brentino. Alvinzy si ritirerà anche da lì per risalire verso il Tirolo, ma solo all'indomani mattina, lasciando ancora qualcosa dei suoi nelle mani del solerte Joubert.

Dopo averlo analizzato così accuratamente, non sono incline a prendere per oro colato le cifre sulle perdite snocciolate da Gachot, ma le riporto egualmente, anche perché pur secondo me ampiamente inesatte soprattutto da parte francese, sono comunque significative.

Perdite dei Francesi, un solo numero comprensivo di morti e feriti: 2180 uomini.

Più dettagliato il conteggio sugli Austriaci:

Morti - 1250
Feriti - 2126
prigionieri e dispersi - 7000
Totale - 10.376

(N.d.U.S. - 7000 prigionieri, mi si consentirà, sono un bel numero di bocche da sfamare, per un'Armata che non sapeva passare il rancio nemmeno ai propri effettivi. Sarà anche un caso, ma la somma delle perdite Austriache restituisce un numero molto vicino a quel 10.000 che Napoleone aveva detto a Toli di riferire all'Alvinzy...).

Anche Napoleone tira le somme: cicchetto grave per Rey che si è presentato tardi al fronte ed encomi solenni per tutti gli altri.

Mentre si istruisce Joubert in merito all'andare a riprendersi La Corona il mattino seguente, arriva la notizia che Provera ha dribblato Augereau sull'Adige a Legnago e va al suo appuntamento con Wurmser in quel di Mantova.

Ma non si può chiedere ai soldati di ripartire quella sera stessa. Si festeggia invece con ampie razioni di cibo e soprattutto con molta aquavite. tra le urla dei feriti, le invocazioni alla mamma dei morenti e l'orrore dei mutilati: quando ci si mette Gachot è un vero poeta delle battaglie e delle loro conseguenze.

La sveglia è fissata per le cinque di mattina del 15 Gennaio 1797. Vien da pensare che non aquavite, fosse distribuita ai soldati, ma la magica pozione del Druido Panoramix, dal momento che all'alba quei soldati di Massena percorreranno la distanza tra Rivoli e Mantova con una velocità da maratoneti, nonostante la sbornia notturna...

Ormai è chiaro che anche a Mantova non ci sarà storia: Napoleone evidentemente non può perdere, è portato da un vento occulto, che viene però creduto ancor oggi "sovrannaturale".

Dopo una giornata e mezza di combattimenti la sera del 16 Gennaio 1797 sotto Mantova ci sono altri 7000 prigionieri armi e bagagli da raccogliere, e da sfamare in modo altrettanto sovrannaturale.

Ma il vecchio Wurmser non molla. A Gachot piace raccontare la resa di Provera e di Wurmser in rapida successione, ma fra i due eventi passano ben 20 lunghi giorni... Mantova renderà le armi solo il 3 Febbraio 1797.

Come abbiamo visto nel racconto di Tentori e nelle notizie della "Gazzetta Universale" all'Appendice "A", anche questa diversione dell'Alvinzy aveva permesso al vecchio Generale assediato di spingere le sue sortite fuori dalla terra bruciata dai Francesi, e rifornirsi per altre tre settimane... Il tempo in cui fosse chiaro che le forze francesi distaccate dall'armata del Reno erano giunte in Italia, e non potevano più tornare su quel fronte. Gesta che ci racconterà Xavier Vernère, nelle prossime Pubblicazioni.

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Umberto Sartori

Storia di Venezia - Portata della cassetta a mitraglia dell'Artiglieria Napoleonica appostata sul Dosso di Camporengo

Portata della cassetta a mitraglia dell'Artiglieria Napoleonica appostata sul Dosso di Camporengo (courtesy of Google Earth).


Note

Nota 1 - Il Generale Joseph Alvinczy von Berberek. Veterano sessantaduenne di molte battaglie, questo generale ha un punto particolarmente interessante nel suo curriculum. Egli fu infatti nominato insegnante di tattica del futuro Francesco II proprio da quel Giuseppe II che promanò il "Decreto Imperiale di Permissione della Massoneria" negli anni in cui questa organizzazione preparava la sua rete europea (cfr. Pubb. IX).

Nota 2 - Portata dell'Artiglieria Napoleonica, da: gen Emilio Faldella , "Di Secolo in Secolo la Gloriosa Artiglieria" sta in: “Storia Illustrata” dell’ottobre 1969.

Nell'esercito napoleonico l'artiglieria da campagna si distingueva in artiglieria « a piedi » e « a cavallo », per la diversa mobilità, in quanto la prima aveva i serventi appiedati, per insufficienza di cavalli, e la seconda i serventi montati.
Per rendere l'artiglieria « a piedi » più mobile fu imitato il sistema austriaco di trasportare i serventi sui wurtz, cassoni a quattro ruote, sui quali i soldati stavano a cavalcioni, l'uno dietro l'altro, e poi il sistema inglese di sistemare i serventi sugli avantreni e sui cofani delle munizioni.
L'artiglieria da campagna impiegò cannoni da 12 (mm. 121,3) e da 8 (mm. 106,1) che avevano gittata fino a 900 metri, il cannone da 4 (mm. 84) con gittata fino a 800 metri e l'obice (mm. 165,7).
I pezzi da 8, con relativo avantreno, erano trainati da due pariglie e quelli da 12 da tre.
Le batterie erano armate di 6 cannoni e 2 obici, se « a piedi », e di 4 cannoni e 2 obici, se « a cavallo ».
Tutte le bocche da fuoco usavano la palla piena e la scatola a mitraglia; quest’ultima era efficace soltanto fino a 600 metri.
L’obice usava pure una palla esplodente, con gittata utile fino a 500 metri, ma le schegge avevano effetto soltanto in un raggio di circa 25 metri.
Il tiro dei cannoni era di « lancio o di a striscio ». Col primo si mirava a colpire direttamente un bersaglio, col secondo la palla, sempre sferica, era lanciata in modo che toccasse il terreno con un angolo di caduta molto piccolo e quindi rimbalzasse più volte, fino ad esaurire la forza viva.

".

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