Storia di Venezia

Pagina pubblicata 5 Aprile 2015

Cristoforo Tentori, Raccolta Cronologico Ragionata
di Documenti Inediti che Formano la Storia Diplomatica
della Rivoluzione e Caduta della Repubblica di Venezia, 1799 - XLIX

INDICE || PDF Tomo Primo 1788-1796 || PDF Tomo Secondo 1796-1797

   

Storia della Caduta di Venezia , XLIX
Sommario Commentato della "Raccolta Cronologica Ragionata..." di Cristoforo Tentori

PARTE TERZA
Consumazione della Rivoluzione e Caduta della Repubblica di Venezia
Dal giorno 12 Marzo sin al dì 13 Maggio 1797 (pagg. 3 - 416)

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|| Approfondimento della figura di Landrieux || Indice degli Argomenti di questa pubblicazione ||

Storia della caduta di Venezia, Judenburg, dove Napoleone pose i Quartier Generale prima dei Preliminari di Leoben

Storia della caduta di Venezia, Judenburg in una veduta del 1681; Circa un secolo più tardi, Napoleone vi pose il suo Quartier Generale alla vigilia dei Preliminari di Leoben. Sarò davvero un caso, il nome di questa cittadina?.1 Immagine per cortesia di http://austria-forum.org/

Napoleone Bonaparte, superate Trieste, Gorizia e Gradisca d'Isonzo, aveva posto il suo Quartier Generale a Judenburgo. Da lì, il 9 Aprile 1797, decise di chiedere il disarmo totale della Terra Ferma veneta.

Inviò dunque il suo aiutante Junot a consegnare personalmente due lettere a Venezia, una indirizzata al Doge e l'altra al ministro Lallement.

Junot giunge a Venezia il 13 Aprile, e il 14 di prima mattina il Lallement chiede un urgente abboccamento con il suo conferente Pesaro.

Alle pagine 168 e 169 Tentori riporta la comunicazione fatta al Senato dal Pesaro relativamente a quel colloquio il 14 stesso.

Pesaro esordisce dicendo che il Lallement gli ha chiesto un colloquio a tre con l'ufficiale appena giunto, cosa che il Pesaro ha rifiutato in quanto contraria alle "forme" del suo incarico, che prevedevano solo incontri a due. Fissa dunque due incontri separati con Junot prima e con Lallement in un secondo tempo.

Da Junot ha potuto sapere soltanto:

  • che è latore di una lettera di Bonaparte al Doge;
  • che ha incarico di leggerla personalmente davanti al Collegio e a nessun altro;
  • che il contenuto della lettera "non poteva, che riuscire sommamente ingrato, ed amaro, ...;
  • che Junot "aveva precisa commissione di non attenderne, che per sole 24 ore la risposta.".

I timidi tentativi del Pesaro di far ragionare Junot non hanno prodotto alcun effetto sulle intenzioni dell'ufficiale di rispettare integralmente gli ordini ricevuti da Bonaparte.

Con Lallement l'incontro è brevissimo. Il Francese lo informa di avere ricevuto a sua volta una lettera da Bonaparte. Se la lettera del generale affidata a Junot apparirà al Senato come "estesa in stile militare", suo compito è di presentare in una Memoria gli stessi concetti "con le forme, che convengono a un Ministro Politico.".

Sarebbe intenzione di Lallement presenziare alla lettura della lettera di Junot davanti al Collegio, ma a questa richiesta Pesaro riesce a opporsi in nome dell'etichetta, che non ha mai contemplato la presenza di un Rappresentante straniero alla lettura di comunicazioni dirette al Collegio.
Da pagina 169:

Venezia 14 Aprile 1797. Francesco Pesaro K. Procur. Deputato.

Tentori, prima di riprodurre tradotta la lettera di Bonaparte al Lallement, ce ne dà un breve "sunto critico".
Da pagina 169:

La Lettera del General in Capite Buonaparte diretta al Ministro Lallement, che finora ... fingeva di riconoscere giusti, e ragionevoli i Reclami della Repubblica contra le inique direzioni de' Comandanti Francesi, era concepita in termini tali, che ... sarà senza dubbio riguardata come un ammasso di contraddizioni, d'imposture, di stoltezze, e di iniquità, diretto a conseguire ... il ... disarmo ... di tutta la Veneta Terraferma, onde dar esecuzione a quelle premeditate trame che lo rendessero senza ostacolo Usurpatore pacifico delle Venete Provincie.

La lettera di Bonaparte al suo Ministro in Venezia, in data "Dal Quartier Generale in Judemburgo li 20 Germinale Anno V della Repubblica Francese una ed indivisibile" (9 Aprile 1797), si compone di una introduzione e di due serie di punti numerati.
Dopo aver letto l'una e gli altri, è difficile non trovarsi pienamente d'accordo con il nostro buon Abate.
Da pagina 170:

Finalmente non possiamo più dubitare, o Cittadino Ministro, che lo scopo dell'armamento de' Veneziani sia di chiudere alle spalle l'Armata Francese.

Napoleone si lascia poi andare a una serie di invereconde affermazioni, dicendo che non è possibile che i Veneziani abbisognino di 25.000 uomini solo per calmare qualche "piccolo ammutinamento" nelle loro Province, e di non comprendere per quale ragione il procuratore Pesaro, nel colloquio di Gorizia, "abbia rifiutata l'offerta che gli faceva della mediazione della Repubblica Francese, onde far rientrare queste Piazze nel buon ordine."

Accusa di impostura i rapporti fatti dai Rappresentanti veneti di Brescia, Bergamo e Crema, che attribuiscono ai Francesi l'insurrezione delle loro città.
Tali menzogne, a suo dire, avrebbero il solo scopo di nascondere le reali intenzioni del perfido Senato veneto.
Questi starebbe tentando di approfittare del fatto che la gloriosa e invincibile Armata Francese si trova impegnata nelle gole della Carinzia a combattimento col Principe Carlo, per tagliare le sue retrovie e imbottigliarla nelle montagne con una aggressione alle spalle.

Ma i perfidi oligarchi non riusciranno nel loro intento, perché egli, Bonaparte, sa far tesoro di esperienze storiche come i Vespri Siciliani e Carlo VIII, quindi la sua epopea non terminerà certo nelle Lagune di Venezia.

La prima serie di punti espone lamentele:
Dalle pagine 170 - 171:

  1. Un Vascello Veneziano ha attaccata, e maltrattata la Fregata la Bruna, prendendo a proteggere un Convoglio Austriaco.
  2. La Casa del Console Francese del Zante è stata abbrucciata, il Governo ha veduto con soddisfazione insultare l'Agente della Repubblica Francese.
  3. Dieci mila Paesani armati, e pagati dal Senato hanno massacrato più di cinquanta Francesi sopra la strada, che da Milano conduce a Bergamo (I).
  4. Le Città di Verona, Treviso, Padova sono piene di Truppe, armasi da ogni parte malgrado le promesse del Signor Pesaro Savio Grande della Repubblica di Venezia.
  5. Ogni uomo, che ha prestato assistenza alla Francia, viene arrestato, ed imprigionato; gli Agenti dell'Imperatore sono accarezzati, e vanno alla testa degli Assassini.
  6. Il grido d'unione da ogni parte si è morte ai Francesi, per ogni dove si trovano de' Predicatori, che non divulgano, che i voleri del Senato, fan risuonare delle grida di furore contro la Repubblica Francese.
  7. Siamo noi dunque in sostanza in uno stato di guerra colla Veneta Repubblica, la quale il sa così bene, che non ha trovato mezzo migliore per mascherare i movimenti, che fa disaprovare in apparenza, de' Paesani, ch'Ella aveva realmente armati, e pagati.

(I). Dalla veridica serie de' fatti, sino ora esposti, avrà rilevato il Lettore, che non vi fu giammai unione di 10000 Paesani, pagati dal Senato, nel Bergamasco.
Gigantesca impostura; quasi che si richiedessero 10000 Bergamaschi per massacrare in varj luoghi, ed in diversi tempi 50 Francesi. Io stancherei la pazienza de' Lettori, se tutte volessi ribattere le scioche invenzioni del più perfido fra gli uomini.

La seconda serie, invece, pone perentorie richieste.
Da pag. 171:

Conseguentemente chiederete, o Cittadino Ministro, una spiegazione categorica dentro ore dodici, cioè, se noi siamo in pace, o in guerra; nell'ultimo caso voi partirete subito da Venezia; nel primo esigerete

  1. Che tutti gli uomini arrestati per opinione, e che non sono in sostanza colpevoli, che di avere dimostrata affezione ai Francesi, sieno messi totalmente in libertà.
  2. Che tutte le Truppe, tranne le guarnigioni ordinarie, che erano, sono già sei mesi, nelle Piazze della Terra Ferma, ne sortano.
  3. Che tutti i Paesani sieno disarmati, come un mese fa.
  4. Che il Senato prenda delle misure, onde mantenere la tranquillità nella Terraferma, e non concentri la sua sollecitudine nelle Lagune.
  5. Riguardo ai torbidi di Bergamo, e Brescia offro, siccome ha di già fatto al Signor Pesaro, la mediazione della Repubblica Francese, onde far rientrar il tutto nel solito sistema.
  6. Che gli autori dell'incendio della Casa del Console del Zante sieno puniti, e la di lui Casa rimessa a spese della Repubblica.
  7. Che il Capitano che ha fatto fuoco sopra la Fregata la Bruna, sia punito, ed il costo del Convoglio, che ha protetto contro i patti della Neutralità, sia rimborsato.

Buonaparte.
L'Ajutante Generale Lecler.

A causa della debolezza morale e degli intrighi interni ai Savj del Collegio, osserva Tentori, fu presa la decisione di ammettere il Junot alla presenza del Collegio stesso la mattina del giorno 15 Aprile, Sabato Santo.

L'intervento dell'Ufficiale francese fu preceduto quel mattino stesso da una comunicazione di Francesco Pesaro, che diede lettura di due lettere appena ricevute, una da Berthier e una da Bonaparte.

La lettera di Berthier, "Dal Quartier Generale di Scheifting li 16 Germinal. L'anno V della Repubblica Francese una ed Indivisibile" (5 Aprile 1797), è riportata da Tentori a pagina 172; informa Pesaro che Napoleone ha ricevuto una sua missiva, ma che gli impegni di guerra non gli hanno ancora consentito di leggerla e rispondere, cosa che farà non appena possibile.

Quella di Napoleone è invece la risposta promessa da Berthier, con data "Dal Quartier Generale di Gratz li 22 Germinal Anno V" (11 Aprile 1797).

In essa Bonaparte accusa con ridondante retorica Pesaro di avere rifiutato l'aiuto francese nel risolvere i tumulti di Bergamo e Brescia, nonché di avere cercato pretesti per spargere sangue francese.
Da pagina 172:

Il sangue Francese fu sparso d'ogni parte, per ogni dove i vostri Paesani si sono fatti un giuoco di soddisfare la loro crudeltà, ed il furore, che voi avete loro inspirato sopra i cadaveri de' nostri Fratelli d'armi.

Quindi Napoleone fa riferimento all'aiutante Junot che ha inviato a Venezia con il suo ultimatum. Egli si augura che Venezia lo accetti prontamente, perché sarebbe paradossale che "il Senato di Venezia ci obbligasse a fargli la guerra nel momento, in cui siamo in pace con tutto il Continente.".

Una strana affermazione, rivelatrice dei reali rapporti tra Austria e Francia, dal momento che viene pronunciata con una settimana di anticipo sulla firma dei Preliminari di Leoben.

Nella tarda mattinata fu quindi introdotto nel Collegio l'aiutante Junot, che lesse ad alta voce la lettera di cui era incaricato, con data "Quartier Generale in Judemburgo li 20 Germinale anno 5 della Repubblica Francese" (9 Aprile 1797).

La lettera ripete i concetti di quelle già viste, ma in modo se possibile ancora più tragicamente farsesco.
Da pagina 174:

... In ogni parte le grida ed i clamori de' Paesani, che voi avete armati, e sollevati, sono morte ai Francesi; molte centinaja di Soldati dell'Armata d'Italia sono state di già sacrificate.
... Crederete, che ... io non possa far rispettar il primo Popolo dell'Universo? E credete voi, che le Legioni d'Italia soffriranno il massacro, che voi eccitate? Il sangue de' miei Fratelli d'armi sarà vendicato. ... Il Senato di Venezia ha risposto colla perfidia la più nera ai modi generosi che noi abbiamo verso di lui praticati.
...
Non è già il Turco sulle vostre frontiere, non siete minacciati da verun nemico, voi avete fatto deliberatamente nascere delli pretesti per mostrare di giustificare un attruppamento diretto contro l'Armata: egli sarà dissipato in 24 ore: non siamo più ai tempi di Carlo VIII. ...non pensate però, che ad esempio degli assassini, che avete armati, i Soldati Francesi devastino le campagne del popolo innocente, e sfortunato della Terra Ferma. Io lo proteggerò, ... .

La richiesta è esplicita. Venezia disarmi immediatamente e gli consegni gli uomini che la Francia accusa di delitti contro di lei.

Il Doge congedò Junot con la promessa di sottoporre la questione al Senato e con le consuete espressioni di amicizia verso la Francia, quindi fu letta la Memoria presentata dal Lallement, "in tutto analoga agli ordini, che ricevuti aveva dal Buonaparte".

Nell'adunanza della sera, il Savio in settimana Filippo Calbo propose alcune carte all'approvazione, che fu concessa pur con molti osteggiamenti.

La prima carta è la risposta al Ministro Lallement, "1797 15 Aprile in Pregadi".

Sostanzialmente è la richiesta di trasmettere a Bonaparte la risposta allegata, mentre ci si scusa se la strettezza di tempo non permette una risposta dettagliata per punti alla Memoria presentata da Lallement stesso. Ancora sentimenti di amicizia e lealtà verso i Francesi e la promessa di arrestare e punire i rei di crimini contro di loro.

La seconda carta è la lettera a Napoleone.
Da pagina 175:

1797 15 Aprile in Pregadi.
Luduvicus Manin Dei grazia Dux Venetiarum &tc.
Al Generale Buonaparte Comandante in Capite dell'Armata
Francese in Italia.

Si può tirare di lungo su questa lettera, che non è che l'ennesima ripetizione delle proteste di amicizia e lealtà coi Francesi. Tutto è frutto di malintesi che certamente si appianeranno di fronte alle esaurienti spiegazioni che il Senato può offrire. Si è solo inteso difendersi da malintenzionati che creavano disordini locali, si era d'accordo che si poteva fare.

Il Senato è comunque disposto a "prendere le misure tendenti a secondare li pregiati suoi desideri", ma la magnanimità del generale in Capite consentirà che ci si debba tutelare dalle "interne perturbazioni"...
Venezia gli invierà due Deputati, per fornire tutte le prove necessarie e a perorare l'aiuto francese per ristabilire l'ordine preesistente nelle città oltre Mincio.

La lettera a Bonaparte fu fortemente osteggiata in Senato, ma alla fine passò con 156 voti.

La terza carta proposta dal Calbo fu il decreto per i due Deputati da inviare a Napoleone.
Da pagina 177:

1797 15 Aprile in Pregadi.

Il compito dei Deputati sarà quello di provare oltre ogni ragionevole dubbio all'interlocutore "la ingenua Pubblica direzione nell'esatta osservanza della Pubblica Neutralità, esercitata dal Governo anco dopo gli avvenimenti delle Città sollevate, intorno le quali cercheranno di utilmente rivogliere l'offerta cooperazione di esso Generale.".

Essi dovranno inoltre far chiaro a Bonaparte che il riarmo è partito spontaneamente da alcune Province, nonostante i limiti e i riguardi imposti dal Governo veneto. Che in nessun caso tali armi saranno rivolte a intralciare le manovre dell'Armata.

Dovranno adoperarsi a indagare e afferrare qualsiasi possibilità di negoziazione politica finalizzata alla pace.
A questi scopi recheranno con sé:

  • La lettera di Bonaparte e la relativa risposta.
  • Il dispaccio dei Deputati Pesaro e Corner a Napoleone del mese precedente.
  • Le lettere dei Generali Kilmaine e Beaupoil.
  • Le lettere e il manifesto di Landrieux con i due Proclami del 12 Aprile.
  • I dispacci 166, 168 e 169 del Residente in Milano.
  • Le lettere del Proc. Pesaro e le relative deliberazioni (la concessione del milione e mezzo di zecchini).
  • La Memoria presentata dal Ministro Lallement.
  • I due dispacci ultimamente pervenuti da Parigi e Torino, che hanno attinenza con i presenti affari.

Anche questo decreto fu approvato dopo forte opposizione, anch'esso con 156 voti.

Furono quindi eletti i Deputati, e la scelta cadde su Francesco Donà, fu Niccolò, che copriva il posto di Censore, e Leonardo Zustinian, fu Marco, Savio alla Scrittura uscito.2

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Tentori chiude questo sipario su Venezia per riaprire quello su Verona, con i nuovi Dispacci di Giovanelli, che vedremo nella prossima pubblicazione.

Umberto Sartori


Note

Nota 1 - La cittadina di Judenburg fu fondata nel 1074. Il suo nome letteralmente significa "Castello degli Ebrei" riferendosi alle origini del luogo come avamposto commerciale degli Ebrei che commerciavano oltre le Alpi (Wikipedia).

Nota 2 - È chiaro che Napoleone stà tirando in barca le reti che ha tessuto con l'aiuto di Landrieux e di Kilmaine.

Tutto ha funzionato come un orologio svizzero, i Veneziani e i Villici hanno fatto esattamente ciò che si voleva facessero per dare una vaga patina di verosimiglianza alla tesi francese.

Quello che invece resta oscuro è il perché Bonaparte usi con i Veneziani questo tono così farsescamente fasullo.

Perché semplicemente non afferma il diritto del più forte? C'è la guerra, Venezia non ha saputo difendersi adeguatamente, egli ne ha occupato i Territori senza praticamente incontrare alcuna resistenza, anzi, è stato trattato dalla Repubblica con generosità finanziaria ed economica inaudita, incomparabilmente maggiore di quella che la Repubblica avesse dedicato al proprio esercito e ai propri Cittadini non solo in quello specifico frangente, ma anche per tutto il secolo trascorso.

Che bisogno ha il Generale in Capite di "salvare la faccia"? Di fronte a chi? Egli ha risuscitato l'orda, la cosa è fuori discussione, ha pasciuto la sua "Armata" esclusivanmente di spicciolo saccheggio, mentre arricchiva sé e i suoi ufficiali a spese di Venezia con ogni genere di estorsione, malversazione, corruzione e "benevolenza".

Davvero vuole che il Mondo creda a un tradimento dei Veneziani verso di lui? Che importanza può avere, dato che quello stesso mondo è concorde nel voler comunque distruggere l'antica Repubblica?

D'altro canto, perché i Veneziani stanno al gioco? Perché continuano a trattarlo come un interlocutore onesto, o almeno ragionevole? Hanno forse un qualsiasi motivo per credere che egli non sia direttamente consapevole e responsabile di ciò che accade nella Terraferma?

Chi ha seguito la Raccolta di Tentori sà che questo non è nemmeno ipotizzabile, ma anche senza ricorrere a un così lungo excursus di argomenti, bastano alcuni documenti conservati in Archivio di Stato a Venezia (Fondo del Consiglio di Dieci/Deliberazioni/Secrete/Filze/Busta 81), a togliere ogni dubbio sul fatto che il Governo Veneto, nei giorni che stiamo osservando, fosse perfettamente edotto di quali erano le reali intenzioni dei Francesi.

Troviamo infatti in quella Busta il rapporto in data 1 Aprile 1797 di un confidente degli Inquisitori, tale Domenico Casotto. Egli parla di Haller, il banchiere incaricato di curare gli investimenti di Bonaparte che già abbiamo incontrato nella pubblicazione XLIV relativa agli ori e argenti sacri fatti fondere da Manin in quei mesi. Casotto avverte il Tribunale che nella casa del banchiere c'è un andirivieni da Quartier Generale, e che si stanno ammassando armi da fuoco nell'abitazione di un simpatizzante dei Francesi, in campo San Polo.

Ancora il Casotto, il 7 Aprile 1797 informa gli Inquisitori di essersi trovato in casa del Ministro Lallement, per affari che riguardavano la di lui moglie, e di avere potuto cogliere un discorso di Lallement con un altro francese di cui non sa il nome, ma che compare spesso in pubblico assieme al già noto Haller.

I francesi si dicevano molto dispiaciuti che fosse fallito il tentativo di "far nascere delle sollevazioni nei popoli per democratizzare questo Governo ...".
"Avevano nascostamente formato dei partiti che se andavano efetuati si sarebe piantato l'albero della libertà da Bergamo fino a Fusina.".
Il Ministro condiscendeva a questi discorsi, e l'altro aggiunse: "Dicono che Bergamo sia ritornato soto il stendardo di S: Marco, ma vedremo se sarà vero.".
Il Ministro ha risposto: "Il colpo da tentare presentemente sarebe quello di disuadere il governo veneto di proseguire questo armo, anzi se si potesse persuaderlo di ritirare le trupe che sono in Terraferma, allora saressimo sicuri che i Popoli vedendosi abandonati, e privi dei socorsi del loro Governo sarebero costreti a rivoltarsi.".

Non bastasse, nella medesima busta d'archivio troviamo i verbali degli interrogatori degli arrestati a Salò. Sin dai primi due, quello di Francesco Milani, capo magazziniere al servizio dei Francesi sentito il 10 e il 12 Aprile, e quello del conte Francesco Gambara, "Generale di Brigata Comandante dell'Infanteria Bresciana", sentito il 12 Aprile, affiorano informazioni che non lasciano dubbi sull'andamento e l'orientamento dei progetti francesi su Venezia.

Le vicende del Milani e del Gambara sono ricche di chiarimenti sui fatti e le modalità sia degli eventi di Brescia e di Salò che del più generale piano Landrieux, ma per il momento ci basta sapere che sia l'umile magazziniere sia il conte Generale, sono pienamente concordi nel riportare che all'interno delle gerarchie francesi, delle loro truppe e dei loro simpatizzanti non si fa mistero alcuno dell'intenzione determinata di distruggere la Repubblica di Venezia e l'Autorità Pontificia.

I prigionieri professano di essere stati arruolati contro la loro volontà, e vi sono molti elementi per ritenere che non mentano, ma entrambi hanno rivestito Cariche nelle gerarchie dei Ribelli, e parlano per testimonianza diretta.

Francesco Milani, avvocato di Salò, interrogato il 10 Aprile 1797. Dopo varie vicissitudini che descrive dettagliatamente, fu arruolato dai Francesi come magazziniere ai foraggi in Brescia. Per motivi relativi al suo servizio, è stato presente alla riunione notturna nella casa del Commissario di guerra Francese, dove si preparava l'ingresso dei Bergamaschi in città del giorno seguente, e testimonia che a tale riunione partecipava il Comandante francese del Castello di Brescia.

Aggregato in seguito alla prima spedizione contro Salò, Milani riferisce che a tale spedizione partecipavano circa una decina di Ufficiali francesi uno dei quali, tale "Eugene", era stato nominato "Capo del Battaglione della Cavalleria Bresciana" con l'assenso, a quanto si diceva, dello stesso Generalissimo Buonaparte.

Ancora più esplicita la deposizione del Milani riguardo la seconda spedizione su Salò.
Il corpo di spedizione questa volta era così composto:

  • 250 Bresciani tra cavalli e fanti;
  • 100 Polacchi al servizio dell'armata francese;
  • 100 e più bergamaschi agli ordini di un certo Fantuzzi, colonnello delle Legioni Lombarde e segretario di Bonaparte.
  • Quattro pezzi d'artiglieria con 24 cannonieri francesi e altri militi francesi il cui numero Milani non riesce a precisare.

Egli fu obbligato a unirsi a questa seconda missione da un ordine diretto del Generale Lecchi, al quale non avrebbe potuto opporsi senza rischiare la vita. Era del resto molto evidente "qual intelligenza passava con il Governo francese, con i di cui Rappresentanti venivano concertati tutti i passi.".

Francesco Gambara, conte bresciano, interrogato il 12 Aprile 1797, racconta di essere stato proposto per comandare la spedizione su Verona. Questo piano prevedeva che 2000 Polacchi di stanza a Mantova si portassero a Valeggio e, fingendo una rissa, massacrassero la Guarnigione veneta. Gambara aveva rifiutato l'incarico, offrendo le dimissioni. Era allora stato avviato a Salò, un vero e proprio mattatoio riservato dai Francesi a quelli tra i Cittadini di Bergamo e Brescia che avevano aderito alle truppe ribelli solo coartatamente.

Né meno significative sono le deposizioni di altri "ribelli" catturati a Salò.

Giacomo Sormanni, legale bergamasco interrogato il 12 Aprile 1797, riporta che quando il golpe fu effettuato in Bergamo i Francesi avevano piazzato due cannoni con venti o trenta serventi nella Piazza.

Pietro Cavallin, Direttore della Dogana di Brescia al servizio del Veneto Governo, poi costretto all'obbedienza della nuova Municipalità, interrogato il 13 Aprile 1797. Egli afferma di essere stato prigioniero in compagnia di Fantuzzi, il coordinatore generale delle operazioni contrò Salò. Da lui ha saputo che quelle operazioni erano "parte di un piano stabilito in Milano col generale Kilmaine di rivolta di tutte le Venete Provincie, al qual fine si sarebbero introdotte a poco a poco tante Truppe Francesi, quante bastassero a garantirne l'esito.".

Cavallin ha di persona potuto vedere che il giorno del colpo di Stato dei Bergamaschi in Brescia i Francesi avevano riempito la città di pattuglie in appoggio agli invasori, mentre tenevano i cannoni del castello puntati sulla città.

Pietro Visini, avvocato in Brescia, interrogato il 13 Aprile 1797, racconta che alla guardia del Palazzo Municipale di Brescia erano posti due cannoni serviti da cannonieri francesi. Egli ha personalmente inteso il Comandante francese del Castello di Brescia ordinare di somministrare mille cartucce di polvere al Generale Lecchi, cartucce che furono distribuite alla truppa diretta a Salò.

Queste e altre testimonianze, del resto, non venivano che a confermare quanto già esposto nella Relazione presentata dagli Inquisitori ai savj di Collegio il giorno 8 Aprile 1797.
Vi leggiamo infatti:

... è presente ai Savj quanto successe in seguito ai Paesi oltre Mincio, e qual sia la parte, che detto ufficiale (Landrieux) ha sostenuta in questi giorni, anche scrivendo, e reclamando verso le Cariche della Repubblica essendosi detto ufficiale trasferito nelle città rivoltate, e da quelle diriggendosi pubblicamente, per quanto appare in opposizione alle segrete sue comunicazioni.
Da: A.S.Ve. Fondo del Consiglio di Dieci/Deliberazioni/Secrete/Filze/Busta 81

Gli Inquisitori si pronunciano anche sul costrutto dei dispacci del Querini da Parigi. Il tono delle risposte che le sue "vive sollecitudini" hanno ottenuto dall'"influente Membro del Direttorio" è così stigmatizzato dal Tribunale: "Locché in fondo si vede condizionato affine di eludere la domanda.".

Sono numerosissime le fonti dalle quali gli Inquisitori di Stato traggono il loro parere. Per citarne ancora una, ecco un brano del Dispaccio di Alvise Contarini, Capitanio e Vice Podestà di Verona sempre dalla Busta 81:3

... per mezzo di persona cautamente impiegata a rilevare da certo ufficiale al servigio francese, abbia egli detto che li comandanti francesi tentano di far nascere occasioni per cogliere pretesti ad agire orribilmente, e giustificare in faccia all'Europa la loro condotta.

Il Governo Veneziano non può dunque non aver perfettamente chiaro che dialogare con Bonaparte nonché corrompere lui e il Direttorio è inutile.

Sappiamo ormai che in Venezia erano attive più congiure interessate a una vittoria del Francese,4 quindi il fatto che i Savj recitino una parte è facilmente comprensibile, essi devono proteggersi da una sempre possibile ira popolare, che potrebbe colpirli direttamente nelle persone.

Non si dimentichi che la struttura repubblicana non consentiva ai governanti un rifugio sicuro in cui acquattarsi in caso di sommossa popolare. Venezia non ha rocche né cittadelle. La fragilità e trasparenza del Palazzo Ducale sono sufficiente prova della Serenissima armonia di popolo che connotava questa città.

In effetti, quando i Savj getteranno la maschera e dichiareranno decaduta la Repubblica di Venezia, il Popolo tenterà di opporsi, ma fiaccamente e tardivamente.
Da troppo tempo il popolo veneziano aveva perso il nerbo spirituale e la dignità di essere chiamato figlio del Leone di San Marco.
Salvo pochi esempi, come quello del povero Alfiere Antonio Mangarini, è una plebaglia di saccheggiatori, quella che due colpi di cannone dissolveranno sul ponte di Rialto il 12 Maggio 1797.

Dunque i Savj hanno interesse a mantenere in piedi la tragicommedia, ma Napoleone non ha questa stessa necessità.

Perché dunque accetta di rivestire la ridicola maschera del Capitanio millantatore e spaccone per recitare a soggetto assieme all'ormai laido Pantalone?

Riesco a immaginare una sola spiegazione. Napoleone vuole deliberatamente teatralizzare l'evento finale della presa della Repubblica.

Per la conformazione psicologica che gli si può riconoscere, Bonaparte ha due principali interlocutori: il suo Popolo e la Gloria.

In qualche modo cerca di scaricare dalle proprie spalle la responsabilità di un grande crimine politico e storico rendendo lapalissiana la recitazione.
Egli recita dunque solo una parte, che gli è stata assegnata dalla regia degli eventi. Interpreta il "Capitanio" con gigioneria, sostenuto dalle lettere della sua spalla Landrieux.

Egli è costretto a questo compito amaro, affinché non cali il vento che spinge da poppa le sue vele. Lui non è che l'esecutore. Forzando la recitazione oltre ogni limite di credibilità, forse, egli intende suggerirci un mandante al quale non può disobbedire, ma dal quale in una certa qual misura, vorrebbe essere dissociato.

Più volte in gioventù Napoleone aveva manifestato ammirazione per la Repubblica di Venezia, e ancora nei Memoriali ultimi della sua vita ricorderà che non era mai stata sua volontà abbattere il più antico simbolo di Repubblica vivente, e di essere stato costretto a farlo dagli ordini del Direttorio.

Naturalmente noi oggi sappiamo che il Bonaparte non teneva in alcun conto gli ordini del Direttorio stesso. Da tempo il Governo francese gli chiedeva di impadronirsi della Serenissima, ma Bonaparte agirà solo dopo aver raggiunto soddisfacenti accordi con l'Austria a Leoben in assenza dell'ambasciatore francese Clarke ufficialmente incaricato dal Direttorio.

Passerà del resto solo poco più di un anno prima che il Nostro decreti lo scioglimento del Direttorio stesso instaurando il Consolato.

Il "Direttorio" che gli impartisce ordini inderogabili, che esercita la sua determinante influenza sulle sue vittorie e sconfitte, non è dunque quello apparente di Parigi. Tuttavia Napoleone non lo nomina, fino alla morte scarica il barile su una entità fittizia, forse per un inderogabile patto d'onore o forse perché nemmeno lui sà esattamente chi tira le fila dell'enorme macchina.
Dietro i banchieri che lo finanziano egli vede forse quel "Collegio degli Invisibili" che tanto faceva parlare di sé in Europa da quasi due secoli con la sua "Riforma Generale ed Universale di Tutto il Mondo" (vedi nota 1 in pubblicazione IX). Un potere totale e sfuggente, sul confine tra il fisico e il metafisico che non si rappresenta mai in "persone prime", ma attraverso l'evocazione simbolica della Rosa e della Croce.

Quel potere che a quel che si evince lo ha predestinato fin dall'infanzia a essere il braccio operativo di quella "Riforma" promettendogli la Gloria e la Grandezza per sé e per il Popolo francese come premio, ma che in cambio gli ha chiesto le teste di Venezia e del Papa.

Nota 3 - Ho ancora in corso l'esame di questa busta d'archivio, straordinariamente ricca di documenti non descritti da Tentori, che permettono di chiarire molto a fondo gli eventi di questi ultimi giorni della Storia di Venezia.

Nota 4 - Penso che l'accorto lettore già abbia intuito almeno alcune delle componenti delle congiure contro la Repubblica di Venezia. Conto di farne una descrizione analitica nella relazione consuntiva e integrativa che seguirà questa disamina della Raccolta cronologico-ragionata di Tentori.


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Edizione HTML e grafiche a cura di Umberto Sartori. Consulenza bibliografica dott. Paolo Foramitti.